LA STORIA/SCARCERATO E SUBITO LATITANTE/ Indulto anche a “Pantalone” boss mafioso catanese

di Valerio Cattano

Nella lista dei "most wanted" c'è pure lui. Latitante, affiliato alla cosca mafiosa Santapaola che ha buoni alleati a Palermo e ramificazioni nella Sicilia orientale, è nella lista dei trenta ricercati più pericolosi d'Italia. Si chiama Santo La Causa - qualcuno gli aveva affibbiato il soprannome di "Pantalone" - e sino a due anni fa era dietro le sbarre. Poi è tornato in libertà nell'agosto 2006 per effetto dell'indulto. Il personaggio nel 2005 era stato condannato per associazione mafiosa, ma per le vie traverse della giustizia italiana, ha usufruito del provvedimento che, almeno in teoria, doveva riguardare solo i ladri di polli. Solo nel 2007 la condanna è divenuta definitiva. Ma il reggente del clan Santapaola si era già volatilizzato.

Santo La Causa ha 45 anni. La sua "carriera" rispecchia la condizione di tanti ragazzi siciliani dei quartieri storici o di periferia, che tentano la scalata ai vertici delle organizzazioni criminali: è uno stile di vita, è una affermazione personale. Molti si perdono lungo il tragitto: finiscono ammazzati, oppure restano ai margini del giro grosso. Santo La Causa invece ha iniziato con un furto nel 1977 - ovvero a 13 anni - ed oggi è nella lista dei 30 ricercati più pericolosi d'Italia. Gli investigatori lo considerano colui che ha preso il posto di Angelo Santapaola, il nipote del boss detenuto Nitto, trovato ucciso e bruciato nelle campagne di Ramacca lo scorso anno, alla fine di agosto.

La Causa dal punto di vista mafioso cresce nella cosca dei Ferrera "Cavadduzzu". Nel 1981 viene arrestato per detenzione di armi, ma è nel 1988 che la sua presenza è notata in una circostanza particolare: è fra gli uomini fidati che accompagnano Giuseppe Ferrera al ricovero in ospedale, dopo che lo stesso Ferrera, durante una degenza al "Garibaldi" di Catania, aveva subito un attentato - come nella scena del film "Il Padrino" - e poi si era fatto montare nella stanza una porta blindata. In quell'anno La Causa per la prima volta riceve un mandato di cattura per associazione mafiosa. Nel 1982 si becca una condanna a 4 anni di reclusione per rapina e porto abusivo di armi in concorso. Il clan Ferrera, a causa di un dissidio interno con i parenti Santapaola, quasi scompare. La Causa però si è già allontanato da quel gruppo e si inserisce nella "famiglia" del boss Nitto. Nel 1991 dalla Corte di Appello di Catania gli infligge 5 anni di reclusione per associazione mafiosa; La Causa sconterà la detenzione nelle carceri dell'Asinara, e al Pagliarelli di Palermo, fino al 1998. La sua caratura criminale cresce nel tempo, tanto che i carabinieri se lo ritrovano nel 2000 nell'ambito dell'operazione antimafia "Orione" che coinvolge oltre 60 appartenenti al clan. In quella fase gli investigatori ritengono che La Causa abbia assunto ruolo direttivi, considerato che, di volta in volta, chi rappresenta i Santapaola detenuti, finisce a sua volta in carcere. La stessa cosa tocca a La Causa, che è sottoposto al regime carcerario del 41 bis - la forma più dura per i mafiosi - nel carcere di Parma. Nel 2005 la Corte di Appello di Catania lo condanna a sette anni di reclusione ancora per associazione per delinquere di tipo mafioso, pronuncia che nel 2007 diveniva irrevocabile. Ma, nel frattempo, nell'agosto 2006 arriva l'indulto e - poiché la condanna non era ancora definitiva e lui nel frattempo aveva assottigliato i tempi di detenzione - La Causa si ritrova libero. Da quel momento se ne perdono le tracce, o, almeno, gli investigatori non lo trovano più in giro, ma prove del suo ruolo in Cosa nostra, ne hanno, e più di una, tanto che nel novembre 2007 i carabinieri lo inseriscono nell'inchiesta "Plutone" che porta dietro le sbarre numerosi "pezzi da novanta" del gruppo criminale, fra cui Vincenzo Santapaola, il figlio del boss detenuto, Nitto.

Gli investigatori sono convinti che l'attuale conduzione all'esterno del clan Santapaola usufruisca anche delle direttive di La Causa; e per sottolineare questo ruolo, hanno registrato alcuni episodi: fra questi, un dialogo, che risale al 2003, fra alcuni affiliati che orgogliosamente ammettono: "Noi siamo con lui e facciamo quello che dice lui. E basta". Inoltre, i rapporti di polizia giudiziaria fanno emergere la sua capacità di affidare il comando e la conduzione a determinati soggetti di "squadre" operative del clan, come quella del quartiere catanese Monte Po; tanto che quegli stessi soggetti, fra i più pericolosi e determinati, dinanzi ad un periodo di turbolenza, avrebbero dichiarato ad altri alleati che gli intimavano di tirarsi indietro: "Se non lo dice lui, noi molliamo niente".