PRIMO PIANO/CINEMA/ Monicelli racconta Monicelli

di Alessandra Mattanza

Non chiedetegli come sta. Si arrabbia quando qualcuno anche solo insinua sulla sua salute. Lui ce l'ha di ferro e intende andare avanti così. Mario Monicelli non è un uomo di molte parole. È diretto, non ama troppo i complimenti. Ha ben 93 anni, ma non li sente. Ed è convinto che se non lavorasse si annoierebbe tantissimo. Ha al suo attivo più di 60 film come regista e altrettanti come sceneggiatore. Maestro della commedia all'italiana, ha saputo rappresentare l'evoluzione del Belpaese. È uno dei registi più rappresentativi della commedia all'italiana, della storia del nostro cinema ed un interprete della società del nostro paese vista attraverso occhi cinici, ironici, mai compiacenti, sempre liberi da retorica, luoghi comuni e pregiudizi. Così, sempre fedele al suo pensiero, ha presentato al 65° Mostra del Cinema di Venezia il suo ultimo lavoro: Vicino al Colosseo c'é Monti, un documentario che narra la vita del quartiere di Roma in cui vive su un'idea di Chiara Rapaccini, che ha scritto la sceneggiatura. Monicelli interpreta se stesso, con un "coro" degli abitanti, dei commercianti, degli artigiani, delle associazioni e delle scuole del Rione Monti.

Come Le è nata l'idea di questa sua ultima opera?

«Volevo raccontare un Rione di Roma, forse il più antico, non con toni enfatici e imperiali, ma quotidiani. Volevo parlare di un paese con gli artigiani, con antiche vie percorse da processioni, con piazze che festeggiano le tipiche ottobrate romane, negozi curiosi ed inaspettati, giardini tropicali dietro i muri delle case, scuole di musica e cinema, teatri e palestre di boxe nascoste nei seminterrati. Volevo riprendere tutto molto velocemente, solo per invogliare il curioso a cercare gli aspetti più nascosti del Rione Monti, il più antico di tutta la città».

Dove vive esattamente?

«Al 29 di Via Dei Serpenti, sopra il gelataio celebre per la sua "stracciatella", da solo. Ho un piccolo loft , azzurro e giallo, in puro stile sixties e la Rapaccini ha detto che sembra l'abitazione di uno studente di Stoccolma. Di fronte, a un tiro di voce, riceve i suoi pazienti Danilo il dottore. Se si sale al primo piano, si incontra nella piccola sala d'aspetto tutto ma proprio tutto il rione».

Resteranno indimenticabili suoi film come Guardie e Ladri (1951), I soliti ignoti (1958), La grande guerra (1959), I compagni (1963), L'armata Brancaleone (1966), Un borghese piccolo piccolo (1978), Speriamo che sia femmina (1985) e perfino la divertente serie Amici miei. C'é un film nella sua carriera a cui si sente più legato?

«Non saprei dire esattamente... Sono molte le ragioni per cui sento molti film legati a me. Ma forse quello che sento più vicino è I soliti ignoti, perché stato il primo mio successo internazionale».

C'é un attore che ricorda in modo particolare?

«Totò. È stato per me un grande amico prima di tutto. Rammento poi momenti indimenticabili con Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, che mi ha sempre dato intense interpretazioni. Erano tutti grandi attori e grandi uomini».

Tra le attrici, invece, qual è una delle sue preferite?

«La Magnani sarà sempre la più grande, ma ricordo con grande affetto pure Monica Vitti, Gina Lollobridiga, Silvano Mangano. Erano grandi dive del passato».

Trova che oggi sia cambiato il ruolo delle attrici?

«Non esiste più la vera diva. Si vedono tante belle ragazze in televisione, ma vi può riconoscere più una bella ragazza normale. La diva era invece divina. Attorno a lei aleggiava un fascino particolare, che andava al di lá del semplice aspetto fisico. Era circondata da molto glamour, non era solo una maggiorata, ma un esempio e un sogno irraggiungibile».

Come vede il cinema italiano oggi?

«Oggi penso in maniera più positiva del passato. Vedo nuovi autori, sceneggiatori. Noto una ripresa che mi auguro si consolidi in futuro. Ci sono nuovi e bravi volti come Stefano Accorsi, Giovanna Mezzogiorno, Luigi Lo Cascio, artisti come Paolo Virzì e Silvio Soldini».

Prova nostalgia per il passato?

«Trovo che si seguano più le mode hollywoodiane, come vediamo del resto anche ora al Festival del Cinema di Venezia. C'é meno divismo in Italia. Si scelgono donne bellissime, ma non particolarmente carismatiche, abbaglianti, uniche. Le attrici di oggi sono un po' più moderne e non più irragiungibili. Forse questa tendenza è provocata dal dilagare della TV e delle belle ragazze in tutti gli show televisivi, ma c'é stato di sicuro anche un cambiamento dei gusti».

Le piace la televisione di oggi?

«Si è purtroppo evoluta sempre in peggio. Un tempo la commedia aveva un significato. Aveva la funzione di satira e vi mescolava pure l'elemento grottesco, oltre che pensare al puro divertimento. Adesso il divertimento da solo pare invece avere il ruolo fondamentale».

Cosa pensa della situazione politica italiana?

«Gli italiani sono stati così affascinati da Berlusconi, perché lo vedono come un bravo capo d'azienda, un manager che può governare l'Italia. Purtroppo azienda e politica non sono proprio esattamente la stessa cosa».

Lei ha vissuto mutamenti storici grandiosi in Italia e nel mondo. Quale evento ricorda con più emozione?

«In Italia il momento più emozionante è stato per me la caduta del fascismo e la fine della dittatura. La guerra era l'unico mezzo indispensabile per liberarsi da un tale stato di cose. A livello mondiale l'evento più straordinario è stato per me la battaglia di Stalingrado, che ha rovesciato la guerra, quando l'armata comunista sovietica ha marciato contro quella tedesca».

Lei ha anche partecipato alla guerra e anche nei suoi film ha avuto sempre un ruolo importante...

«Rammento una condotta di guerra inetta e disastrosa, armamenti desueti, generali e comandanti che non avevano la più pallida idea di come procedere, degli ordini che davano, di quello che bisognava fare e di quello che accadeva. Ho cercato di mettere in evidenza soprattutto questo nelle mie opere».

Nei suoi film ha raccontato più volte anche la famiglia italiana. Come la trova cambiata adesso?

«Radicalmente. Negli ultimi '50 anni c'é stato un profondo cambiamento nel rapporto tra gli sposi, tra uomo e donna. In passato non esistevano il divorzio e l'aborto e sono stati una rivoluzione per la famiglia. Se dovessi affrontare un film sulla famiglia italiana adesso sarebbe molto, ma molto diverso dall'immagine che ho offerto nel passato».

Cosa pensa dei pregiudizi sugli italiani all'estero? C'è qualcosa di vero?

«I pregiudizi hanno una storia lontana. Si fondano sul fatto che nazioni come Francia, Inghilterra, Germania e Stati Uniti hanno basato la loro storia su combattimenti militari gloriosi e hanno raggiunto una forte visibilità per mezzo di una dura impronta di violenza. L'Italia si è invece guadagnata fama attraverso la cultura, l'arte, l'architettura, la storia. Sono elementi considerati di second'ordine in una società come la nostra. Gli italiani sono un popolo imbelle. La vita del pianeta non cambierà finché non si apprezzeranno altri valori».