PRIMO PIANO/CINEMA/ Avati tutto cinema e famiglia

di Mary Giuffré

Pupi Avati festeggia i suoi primi 40 anni di carriera, con "Il papà di Giovanna", un film in concorso alla 65esima Mostra del cinema di Venezia che risulta tra i favoriti per la vittoria.

Il regista bolognese, infatti, il 12 settembre, raggiungerà il traguardo professionale, ma anche quello personale, essendo sposato da 44 anni con la stessa donna.

Avati, punta tutto su questa sua ultima fatica cinematografica che a quanto pare, dalle parole del regista, sembra stargli particolarmente a cuore.

La pellicola che sarà presentata in sala, nella "città della laguna", domenica 31 agosto, ambientata a Bologna, tra il 1938 e il 1945 e narra la tragica storia di un delitto compiuto da un adolescente. Tra i protagonisti Silvio Orlando, Francesca Neri, Alba Rohrwacher e per la prima volta in un ruolo drammatico, Ezio Greggio.

Attore nel film di Avati anche Santi Ragusa, siciliano, noto per aver creato le cravatte patchwork, tanto amate dall'ex Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e da Al Pacino. Ragusa, negli ultimi anni, oltre alla moda, ha intrapreso la carriera cinematografica, cimentandosi, sia nella recitazione che nella produzione.

Siamo andati ad intervistare Pupi Avati alla vigilia della Mostra del cinema di Venezia.

Pupi, alla soglia dei 40 anni di carriera: cosa vorrebbe ricevere come regalo?

«Un enorme e sconfinato successo de "Il Papà di Giovanna", voglio che sia un trionfo».

Quanto è importante per lei questo nuovo film?

«Tanto. Tengo molto a questa pellicola».

Che tipo di padre è Silvio Orlando ne Il papà di Giovanna e che genere di genitore è lei, Pupi?

«Silvio Orlando, nel film, è un papà meraviglioso, come io non avrei mai avuto il coraggio di essere. E' il padre più bello che una figlia possa desiderare di avere. Io lo sono diventato nel tempo. Vorrei fare un film sull'adozione, per far capire, come si diventa padri.

Madri lo si è biologicamente, una donna lo è ancora prima di partorire, perché tra la madre e il feto, che porta dentro di se, c'è un rapporto, un colloquio nei momenti di solitudine, di silenzio, a dir poco meraviglioso e io, da padre, l'ho potuto solo intuire. L'uomo è escluso da questo tipo di rapporto e diventa genitore solo nel tempo, io lo sono diventato quando mio figlio ha cominciato a ragionare, quando ha iniziato a rispondere alle domande e a porle, allora ho provato un senso di appartenenza, di complicità. Ecco perché, penso che l'adozione vada riconsiderata.

Ci sono tanti bambini che hanno molti problemi e tante famiglie che non hanno figli e credo che mettere insieme queste due esigenze, che vanno nella stessa direzione, potrebbe risolvere il problema di migliaia e di milioni di piccoli, semplificando le procedure. Mia figlia, per esempio, ci ha messo 7 anni per non ottenere un bambino, il giorno in cui doveva incontrare la bambina che le avevano promesso, il giudice le ha detto che l'avevano assegnata ad altri. Semplificando le procedure si potrebbe diventare genitori».

Cosa pensa del cinema italiano?

«Il nostro cinema ha peccato di omissione. Il cinema americano non si è mai vergognato di fare proposte positive, la nostra cultura provinciale, invece, tende a candidare protagonisti negativi. Mentre la positività andrebbe riconsiderata, perché in giro c'è tanta brava gente.

I giornali parlano spesso di personaggi negativi perché rendono, come i casi in cui la madre uccide, mentre sulla mamma che, per esempio, salva due bambini che stanno per annegare si parla poco».

Spesso il cinema in Italia viene criticato, ma secondo lei che livello qualitativo hanno le nostre pellicole?

«Per quanto riguarda la qualità è diversa dalle pellicole che arrivano da oltreoceano perché non abbiamo gli strumenti e i mezzi per realizzare alcuni tipi di prodotti. E poi, non è nel nostro dna la propensione verso un cinema tecnologico. La digitalizzazione mi ha permesso ne "Il papà di Giovanna" di raccontare una Bologna negli anni 40 sotto i bombardamenti, ho potuto fare con questi mezzi un lavoro incredibile, ottenendo degli ottimi risultati. Ma è difficile che ci si ricordi dei film italiani per questi strumenti che sono l'allargamento del racconto, dal realismo a quello che invece risulta il fantastico, non è nella nostra tradizione».

Nei suoi film, in varie occasioni, ha inserito dei comici in ruoli drammatici, perché?

«Voglio stupire, anche se a volte, si corrono rischi, per esempio, come nel caso di Massimo Boldi, con lui infatti, non andò bene».

Ci riprova ancora una volta con Ezio Greggio...

«Ezio venne a Bologna nel '96 a chiedere di fare una parte in un film e dopo 12 anni abbiamo trovato un ruolo adatto a lui. Mi sembrava fantastico mettere insieme Greggio e Orlando così diversi tra loro».

Quali sono, secondo lei, i modelli che dovrebbero essere rappresentati al cinema o in televisione?

«Bisogna candidare dei modelli di buona famiglia: io e mia moglie abbiamo litigato per 44 anni, il matrimonio è difficile, illusorio, i ragazzi che si sposano, che fanno le prove con la convivenza, hanno un'idea del matrimonio larga e vaga e alla prima difficoltà si separano, ma spesso lasciano sul terreno delle vittime, i figli. Io non ho mai voluto privare i miei figli della figura di padre. Bisognerebbe fare una riflessione in modo meno egoistico».

Sta lavorando a qualche progetto che rispecchia questo genere di modelli?

«Ho proposto a Mediaset e a Rai fiction una serie che si intitola "Un matrimonio" che è la storia dell'Italia attraverso un matrimonio che dura 50 anni dal 1958, ogni puntata, rappresenta dieci anni di storia. Il tutto è raccontato da una bambina paraplegica. E' stato bocciato sia da Mediaset che dalla Rai. Questo per dire che la famiglia, come elemento positivo, non interessa a chi potrebbe proporla come modello in televisione».

Il mondo della fiction è stato attraversato, negli ultimi mesi, da diverse polemiche...

«Lo scandalo delle intercettazioni è uno scaldaletto. Sono 40 anni che riceviamo telefonate, il problema della fiction è che chi la fa continua a farla e a chi vorrebbe farla non gliela fanno fare, quindi, il problema non è la raccomandazione dell'attricetta che è indolore e che spesso viene presa giusto per dire una sola battuta, ma sono altre le questioni».

Eppure lei, realizza un film dietro l'altro e lavora sia con Medusa che con Rai cinema, come fa?

«Per il momento è così, ma basta un film che non va perché non ti rispondano più al telefono. E' quando un tuo lavoro non va bene, come "il Nascondiglio" (ultimo film uscito in sala n.d.r.) che uno si sente di voler recuperare e spero di farlo con "Il papà di Giovanna". Intanto, però, sto lavorando al nuovo film».

Pupi, se dovesse fare un bilancio sulla sua attività professionale e sulla vita personale...

«Sono soddisfatto della mia carriera. Ho fatto il mestiere più bello del mondo, quello che ho sempre sognato di fare. Il 12 settembre saranno 40 anni che faccio il regista cinematografico. Il 27 giugno, 44 anni che faccio il marito, forse il lavoro più difficile. Quando arriveremo a 50 anni, risposerò mia moglie. Mi sembra molto eccitante».