Punti di vista/ Le ragioni di Mosca

di Toni De Santoli

Spezziamo una lancia a favore di Vladimir Putin. Del resto è ancora lui l'uomo che comanda in Russia: il capo del Cremlino, Medvedev, altro non fa che raccogliere gli ordini, o i "suggerimenti", del suo "predecessore".

Ora come ora, Putin è il personaggio più detestato al mondo. Sotto la sua presidenza, la Russia in Cecenia ha agito come un tritacarne. Sotto la sua presidenza sono stati assassinati giornalisti, governi sono stati intimiditi o ridotti alla ragione. Ora, truppe russe si trovano in Georgia e l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud proclamano la propria indipendenza appunto dalla Georgia. In Abkhazia e nell'Ossezia del Sud vive una moltitudine di russi, parecchi di essi nati, come i loro genitori e i loro nonni, in quelle regioni del Caucaso; ma sono pur sempre russi. Si sentono russi. Con loro Tiblisi non è tenera. Non è mai stata tenera. Ma in Occidente, con la solita avventatezza, si crede che la Georgia sia una nazione che ama la democrazia e rispetta i diritti dei cittadini, georgiani o russofoni che essi siano. Non c'è nulla di più inesatto. Nulla di più fuorviante. In America e in Europa nasce così l'ennesimo mito: quello, appunto, di una Georgia pacifica e democratica. Ma la Georgia non è pacifica, non è democratica. Anch'essa non conosce che il linguaggio della forza. Ma dispone di individui che parlano bene francese e inglese e, soprattutto, brillano nelle pubbliche relazioni. Da mazzolatori dei russofoni, i georgiani agli occhi dell'Occidente diventano così un popolo di mansueti presi a ceffoni dai russi.

E' per questa ragione che Putin ha voluto l'intervento militare russo in Georgia. Secondo noi, Mosca aveva, e ha, il diritto di proteggere le minoranze russe in Abkhazia e nell'Ossezia del Sud. Qui non c'entrano il petrolio, il ferro, il manganese e tutti i più preziosi minerali. Abbandoniamo le ormai stantìe interpretazioni economico-finanziarie in base alle quali tutto sarebbe dettato dalla sete di denaro e dalla volontà di cercare e conquistare i mercati più favorevoli. Qui la questione è ideale, morale, in secondo luogo politica. I russofoni del Caucaso hanno estremo bisogno di difensori. I loro difensori sono i "fratelli" di Mosca, San Pietroburgo, Orel. Non certo gli Stati Uniti, non certo la Francia, ancor meno l'Unione Europea.

La crisi russo-georgiana è riesplosa nel momento in cui la Nato rafforzava l'"assedio" con cui essa cinge la Russia. Segno dei nostri squallidi tempi è che non una sola voce libera e autorevole si sia levata per far presente quanto sia folle, e immorale, costringere in un angolo la Russia e puntare contro di essa missili e cannoni. Ora che anche l'Ucraina sbava per entrare a far parte dell'Alleanza Atlantica, il caso quindi si inasprisce. Ma si inasprisce per esclusiva responsabilità della Nato che, oggi come oltre mezzo secolo fa, prende, senza fiatare, ordini da Washington. Anche l'Ucraina, prima o poi, entrerà a far parte dell'Alleanza Atlantica. Magari ci entrerà anche l'Albania. La Polonia e gli Stati baltici dal canto loro vi sono stati ammessi già da un pezzo. Ecco: sventolare ai russi sotto il loro davanzale di casa la bandiera della Nato, è un atto di ostilità molto vicino a un atto di guerra. Di sicuro è una provocazione, gratuita, su cui un governo degno di questo nome non può passar sopra. Putin e i russi non hanno mai voluto rappresentare un'insidia per la Nato. Ma la Nato e gli Stati Uniti hanno voluto rappresentare, e rappresentano, un'insidia per Mosca. La quale deve pur potersi difendere.