SPECIALE/POLITICA USA/ Il ritorno del sogno americano

di Gina Di Meo

Con un discorso memorabile, davanti ad un tifo da stadio che non si vede neanche ad una finale del superbowl, o ad un concerto di Bruce Springsteen, Barack Obama ha chiuso la convention democratica che passerà alla storia. Non so se paragonare il finale al più riuscito degli happy ending o ad un film in cui tutti i protagonisti trionfano. Fatto sta che Barack Obama questa sera (giovedì per chi legge) ha materializzato il motto che accompagna la sua campagna elettorale: Change, Yes we can. Lui ha davvero potuto, ha preso per mano 75mila persone presenti all'Invesco Field di Denver e ha fatto loro credere in qualcosa. Il pubblico era in lacrime, tutti troppo stanchi di uno status quo che sta mettendo in ginocchio il gigante America, tutti che invocavano un cambiamento, tutti che invocavano il nome di Barack Obama come il prossimo presidente degli Stati Uniti. Una persona che ce l'ha fatta dal niente, uno come loro, la personificazione del sogno americano. Lo stesso sogno americano che hanno inseguito decine di anni fa i nostri connazionali che hanno lasciato l'Italia in cerca di fortuna. E per questo che Obama sarà anche il candidato degli italoamericani, perché anche il suo passato è una storia di immigrazione.

Un percorso di accettazione che tuttavia non è stato senza incidenti di percorso. Tra alcuni italoamericani ed il candidato democratico non è stato esattamente amore a prima vista. Basti pensare alle dichiarazioni di Geraldine Ferraro, la prima donna ad essere scelta come candidata alla vice presidenza dall'allora aspirante alla presidenza Walter Mondale, la quale aveva scatenato un putiferio dicendo che Obama aveva avuto una corsia preferenziale solo perché è di colore, oppure dopo il boccone amaro mandato giù da Hillary Clinton, che con la sua resistenza a gettare la spugna ha rischiato di mandare in frantumi l'unità del partito, mandando allo sbaraglio anche milioni di elettori che la sostenevano. Ora anche gli italoamericani che hanno partecipato a Denver alla convention del Partito Democratico, sembrano essere compatti nell'appoggiare Barack Obama.

Abbiamo chiesto a James Carew Rosapepe, al suo primo mandato nel Senato dello Stato del Maryland e nominato, durante l'amministrazione Clinton, ambasciatore in Romania, come hanno accolto gli italoamericani la candidatura di Barack Obama alla presidenza

«Durante le primarie ho sostenuto Hillary Clinton, ma dopo il suo abbandono a giugno mi sono schierato per Obama. Vogliamo un cambiamento, soprattutto dal punto di vista economico, vogliamo un nuovo presidente che sia in grado di tutelarci, di tutelare il nostro lavoro, le risorse energetiche. In particolar modo noi italoamericani siamo preoccupati della posizione americana nel mondo, in Italia soprattutto perché ognuno di noi ha un parente che vive lì. Vogliamo un presidente che sappia costruire un solido rapporto con il resto del mondo e che sia aperto al mondo. Obama è questo tipo di persona».

Che cos'ha in comune Obama con gli italoamericani?

«Anche se Obama apparentemente no ha niente a che fare con gli italoamericani, lui condivide la nostra stessa eredità. Anche lui è figlio di un immigrato, le sue origini sono di un altro paese, la sua situazione è la nostra, è paragonabile ad un Italian experience in America. Obama è anche l'incarnazione dell'American Dream, di una persona che se lavora duro, crede in quello che fa, alla fine ce la può fare. Suo padre veniva da un paese povero, è cresciuto in una situazione economica di disagio, eppure oggi corre per la Casa Bianca. Questo è il motivo per cui questa gente è qui a Denver».

Lei ha parlato di un presidente aperto al mondo, quindi appoggia anche la scelta di Biden come suo vicepresidente?

«Biden, un esperto di politica estera, è una scelta eccellente. Anche lui in un certo modo ha un legame con gli italoamericani. Viene dalla Pennsylvania e conosce bene la nostra comunità».

Secondo lei il discorso di Hillary è stato davvero efficace ed il partito democratico è unito?

«La Clinton ha dato pieno sostegno a Obama. È normale che durante la nomination ci siano delle complicazioni, ma ora siamo uniti e sosterremo tutti Obama. Entrambi hanno a cuore le stesse questioni, sanità, istruzione, lavoro».

A Rosapepe fa eco anche Bob Blancato, presidente dell'Italian American Democratic Leadership Council. L'Iadlc è un'organizzazione fondata nel 1992 con lo scopo di far eleggere italoamericani al Congresso, nonché di aumentare il numero di governatori italoamericani democratici eletti.

«Come organizzazione - ci ha detto Blancato - non abbiamo preso posizione durante le primarie, ognuno ha sostenuto i diversi candidati in modo individuale. Io personalmente ho appoggiato la Clinton. Ora che Obama è il candidato scelto, riteniamo che farà un ottimo lavoro anche con la comunità italoamericana. Sposa le nostre stesse cause, sanità, istruzione, sgravi fiscali per la classe media. Inoltre, la sua presenza nella Subcommittee on European affairs of the Senate Foreign Relations Committee, di cui Biden è presidente, mi fa ben sperare che l'Italia sia considerata un alleato strategico degli Stati Uniti. E naturalmente sosteniamo anche Joe Biden alla vicepresidenza. È noto il suo impegno a sostegno della classe operaia e delle famiglie. Da sempre si è fatto paladino di una legislazione che possa migliorare la qualità della vita e la sicurezza degli americani e la sua esperienza negli affari esteri fanno di lui una persona ineguagliabile al Congresso».

Sostenitore, invece, sin dall'inizio di Barack Obama, l'attuale tesoriere dell'Aidl, Fred Rotondaro, per 22 anni direttore esecutivo dell'Italian American Foundation.

«Ho conosciuto Obama - ci ha spiegato - quando correva per il Senato dell'Illinois. Ho sempre pensato che l'amministrazione Bush fosse la peggiore della storia degli Stati Uniti, e che questo paese fosse ormai pronto per un cambio di guardia. Mi è sembrato che Obama fosse l'uomo giusto per quel ruolo. La sua storia è quella di milioni di immigrati che sono venuti in America per cercare fortuna. Come loro lui è nato senza privilegi e ce l'ha fatta usando la sua intelligenza. Questo è il momento in cui questo paese è pronto per cambiare e Obama è la persona che può portare al cambiamento, è brillante, lungimirante ed ha un'eredità multiculturale».

Ma il "delirio" per Obama non è un fenomeno esclusivamente Made in Usa, senza voler esagerare nel dire mondiale, è sicuramente anche molto europeo e lo si è toccato con mano quando il senatore dell'Illinois ha fatto visita al vecchio continente. Obama potrebbe essere un candidato europeo ideale, è forse ciò che manca all'Italia, in particolar modo, alla sinistra. E il Partito Democratico era a Denver, con una delegazione guidata da Walter Veltroni. Nella conferenza stampa che il leader del Pd ha tenuto con la stampa italiana all'indomani della convention, Veltroni ha dichiarato che questa nomination è una tappa nella storia del nuovo millennio. «Il voto di novembre - continua - in ogni caso cambierà il corso della storia quale che sia l'esito. Naturalmente io spero in Obama, ma comunque sarà la fine dell'era Bush. Se Obama verrà eletto, per gli Stati Uniti si aprirà una fase di recupero della propria leadership nel mondo, una leadership anche morale che in questi anni è venuta meno. Quella di ieri (giovedì per chi legge, ndr) è stata una grande festa della democrazia, non solo uno spettacolo. Obama è l'affermazione di un movimento di idee, ciò di cui il mondo ha bisogno».