ANALISI&COMMENTI/LA GUERRA CHE BUSH NON VOLLE EVITARE

di Valter Vecellio*

Quella che leggerete è la storia di una Grande Menzogna. Un grande giornalista, James Reston, disse una volta che in una guerra la prima vittima è la verità; accade da sempre. Il presidente James K. Polk, per esempio, per muovere guerra contro il Messico, fece ricorso alla menzogna. Al tempo del presidente Lyndon B. Johnson si fece ricorso al famoso (e inventato), incidente del Nanchino, per "allargare" il conflitto in Vietnam. George W. Bush, che per giustificare l'intervento militare contro Saddam ha evocato armi di distruzione di massa che nessuno ha mai visto e trovato; e legami organici con al-Qaeda mai documentati, è dunque in buona compagnia. Le sue menzogne sono accertate, documentate; e ormai la Casa Bianca non si dà neppure pena di cercare di negarle.

C'è altro, di più grave: è la deliberata operazione di sabotaggio dell'unica iniziativa concreta che avrebbe da una parte scongiurato la guerra, risparmiato la vita di migliaia di persone, evitato rovine e distruzioni; e al tempo stesso avrebbe liberato l'Irak dalla dittatura di Saddam. È la storia, insomma, di come è stata boicottata l'iniziativa politica di Marco Pannella e dei radicali riassumibile in "Esilio per Saddam, Irak libero". Una lettura dei fatti inedita e clamorosa. Qualcuno osserverà che è inutile piangere sul latte versato. Ma non foss'altro che per la storia è importante serbare memoria di quello che è stato. E' utile ripercorrere le tappe di questa vicenda.

È il 19 gennaio 2003 quando Pannella e i radicali danno il via alla campagna "Esilio per Saddam", che giorno dopo giorno, letteralmente, conquista il formale impegno del Parlamento e del Governo italiano, oltreché l'adesione di gruppi di sostegno e personalità di 171 paesi. Il presupposto da cui si parte è che Saddam, ormai chiuso in un vicolo cieco, non può che trovare conveniente la proposta di un esilio che gli garantisca salva la vita. Una volta esiliato Saddam sarà poi compito delle Nazioni Unite e della comunità internazionale avviare un processo di transizione verso la democrazia dell'Irak, affidato ad un'Amministrazione fiduciaria.

Il 5 febbraio si svolge al Consiglio di Sicurezza dell'ONU un importante dibattito. Il ministro degli Esteri francese Dominique De Villepin si fa portavoce di una "novità" della posizione francese: inviare molte centinaia di osservatori internazionali in Irak. La proposta non può essere considerata estranea alla posizione, contrapposta, degli Stati Uniti e della "Coalition of the Willing". Si può insomma superare la drammatica spaccatura europea e, contemporaneamente, giungere all'unità di quanti hanno come obiettivo la liberazione dell'Irak dalla dittatura di Saddam: posizioni che sembravano fino a quel momento inconciliabili possono trovare un punto comune. Il primo ministro inglese Tony Blair tenta un dialogo con il presidente egiziano Hosni Mubarak: dialogo che inevitabilmente non può che coinvolgere l'intero mondo mediorientale e arabo. A questo punto che comincia il fuoco di sbarramento contro la proposta "Esilio per Saddam".

L'8 febbraio, il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi invia un lungo e complesso memorandum a Gheddafi: si configurano i possibili scenari di intesa con Saddam; giorni dopo Berlusconi riferisce a Bush che la risposta di Saddam, avuta attraverso Gheddafi, è positiva.

19 febbraio: il Parlamento italiano, con l'adesione del Governo, vota la proposta radicale di esilio per Saddam e il suo entourage, garantendola rais immunità (ma non impunità). La proposta viene accolta con favore dal presidente greco di turno dell'Unione Europea George Papandreu.

Il 22 febbraio Bush accoglie nel suo ranch di Crawford in Texas il primo ministro spagnolo José Maria Aznar. È un momento chiave per comprendere quello che accade ed accadrà. A quel colloquio, partecipano, in collegamento telefonico, anche Blair e Berlusconi. Il verbale ufficioso dell'incontro è, per il governo spagnolo, dall'ambasciatore Javier Rupérez; un documento (successivamente desecretato dal governo Zapatero) che racconta come per Bush ritenga necessario e urgente muovere guerra all'Irak. Dal colloquio emerge anche come Aznar abbia suggerito a Bush ulteriore prudenza. In questo contesto il presidente americano rivela quel che gli ha in precedenza comunicato Berlusconi (la risposta positiva di Saddam, attraverso Gheddafi, a proposito dell'esilio). Bush è però tassativo nel suo rifiuto a qualsiasi accordo con il dittatore; giudica la condizione di Saddam disperata: potrebbe essere ucciso, dice, "entro due mesi". Aggiunge che Saddam - definito "un ladro, terrorista, criminale di guerra, a confronto di Saddam Milosevic sarebbe una madre Teresa" - chiede "un miliardo di dollari" e "tutte le informazioni che desidera sulle armi di distruzione di massa". Blair a questo punto implora che l'inizio delle ostilità sia rimandato di qualche giorno, rispetto la data per "il 10 marzo". Bush è irremovibile: vuole la guerra.

Pannella mette in guardia Governo italiano, Ue e Blair dal "far fiducia" a Gheddafi come mediatore. La conferma dell'inaffidabilità del leader libico emerge in occasione del summit della Lega Araba a Sharm el-Sheik, in Egitto. Secondo convergenti testimonianze (tra le altre quella del presidente egiziano Mubarak), Gheddafi riesce a impedire che la Lega Araba (organismo di cui la Libia non fa parte), si convochi per dibattere la proposta di esilio per Saddam, avanzata da Emirati Arabi Uniti, Bahraein, Kuwait, Quatar, Arabia Saudita, Giordania. Una riunione importante, quella sabotata da Gheddafi: il presidente degli Emirati Arabi Uniti Zayed al-Nahyan, aveva avuto una serie di abboccamenti con Saddam, e si preparava ad annunciare che il dittatore iracheno è pronto ad accettare l'esilio; chiede solo che la proposta gli giunga ufficialmente dalla Lega Araba e "non dagli americani". Il ministro dell'informazione degli Emirati Arabi, dopo la conclusione dei lavori, annuncia ai giornalisti che l'iniziativa assunta dal suo paese per un cambio pacifico di regime in Irak è supportata anche da Arabia Saudita e Kuwait: "Noi abbiamo anche ottenuto sostegno dopo la conclusione dei lavori da parte di altri paesi, ma sfortunatamente questi stati non vogliono affrontare il problema in sede di discussione. Tutti gli stati arabi concordano nel ritenere che Saddam dovrebbe lasciare il potere, ma nessuno ha il coraggio di dirlo pubblicamente".

Gli eventi a questo punto subiscono una grande accelerazione. Il 6 marzo fonti ufficiali arabe riferiscono che "i Ministri degli Esteri di Egitto, Libano, Tunisia, Siria e della Lega Araba annunciano una missione a Baghdad per chiedere a Saddam di lasciare il paese ed evitare cosi la guerra". Contemporaneamente all'Assemblea generale dell'ONU, l'ambasciatore pakistano Munir Akram comunica che Saddam subordina la sua accettazione all'esilio la garanzia di impunità per crimini di guerra commessi.

Siamo arrivati alla vigilia della guerra. Il 18 marzo. Bush pone un ultimatum: Saddam ha 48 ore per lasciare il paese. Di fatto ingiunge al dittatore iracheno di esporsi a quella situazione "descritta" il 22 febbraio a Crafword: Saddam non ha alcuna garanzia di avere salva la vita. Il Bahrein offre a Saddam "un esilio sicuro, purché si eviti una nuova guerra nei territori del Golfo". Niente da fare: Bush vuole la guerra, e guerra è.

Forse Bush per un momento ha sognato di emulare il suo grande idolo Winston Churchill, che il 12 novembre 1939 tenne un famoso discorso alla radio, al popolo inglese: "It is indeed a solemn moment when I speak to you...". Obiettivo mancato, signor Presidente. L'esilio di Saddam poteva essere la vera alternativa all'attacco militare. Arabia Saudita, Egitto e Turchia avevano studiato dei "piani" di esilio. Importanti commentatori come Thomas Friedman ("New York Times" 29 gennaio 2003) avevano ipotizzato una "terza via"; la stessa stampa araba (rapporto Memri del 18 febbraio 2003) aveva sottolineato in più di un'occasione la possibilità delle dimissioni di Saddam...

Si stava insomma realizzando senza spargimento di sangue l'obiettivo di ottenere la liberazione dell'Irak con la nonviolenza anziché con la guerra.

Pannella e i radicali sostengono che Bush ha deliberatamente voluto impedire tutto questo, accelerando i tempi del conflitto. Chiedono di poterlo documentare, e di essere ascoltati dal Congresso americano: "Noi, Partito Radicale Nonviolento Gandhiano, da sempre "amerikani" per più di mezzo secolo", dice Pannella, "ci e vi chiediamo se non ci si sia resi, in tal modo, colpevoli del reato di alto tradimento del giuramento di fedeltà alla bandiera degli Stati Uniti d'America e alla Repubblica che essa rappresenta".

È vero che c'era un'alternativa alla guerra, e si poteva al tempo stesso liberare l'Irak di Saddam? Se sì, perché non la si è perseguita? Ha ragione Pannella, quando parla di sabotaggio? E perché questo sabotaggio? Sono domande, questioni, su cui converrebbe dare una risposta.

 

 

 *Direttore

di Notizie Radicali