Visti da New York

Invece... It is about Obama!

di Stefano Vaccara

La  scorsa domenica avevamo chiuso questa colonna scrivendo che se John McCain avesse fino in fondo assecondato il suo istinto di "maverick" della politica e avesse optato per una donna alla vicepresidenza, per Obama-Biden sarebbero stati dolori.

Tutta la campagna elettorale di Obama fino all'epilogo della convention democratica era stata costruita sul "Change, Yes We Can". Auspicio di cambiamento che si poteva attuare col rinnovamento di coloro che la nuova politica la devono attuare. Così la scelta del navigato senatore Joe Biden aveva offuscato l'immagine di Obama il rinnovatore, eppure sembrava il prezzo da pagare per attutire i colpi del rivale McCain, che aveva recuperato il margine di svantaggio sul democratico martellando l'elettorato sull'inesperienza di Obama (ben lanciato dai precedenti feroci attacchi di Hillary Clinton sul "chi volete che risponda al telefono alle tre del mattino...").

McCain ha risposto rivoluzionando il suo ticket con la governatrice dell'Alaska Sarah Palin, sconosciuta 44enne che da due anni governa il più grande Stato dell'Unione con una popolazione che non supera quella di Catania. Il "Maverick" ha giocato bene la sua carta, perché in questa corsa chi appare "passé" o "deja vù" non solo nei caffé di Manhattan ma anche nei diner dell'Ohio, è sconfitto. McCain aveva assoluto bisogno di scuotere il suo ticket. Avrà pure esagerato, candidando ad un "battito dall'Ufficio Ovale" un'energetica lavoratrice mamma di cinque figli che forse non sa la differenza tra sciiti e sunniti (Truman avrebbe saputo distinguere uno stalinista da un troskista?), ma politicamente ha centrato la scelta: ricompatta, alla vigilia della sua convention, un partito disorientato alla base e che ora può rispecchiarsi nelle posizioni cristiano-conservatrici della Palin rimanendo aperto al centro grazie all'imprevedibilità di McCain.

Il Maverick ha tolto anche dal centro dell'attenzione dei media la reazione allo storico discorso di Obama di giovedì, pronunciato all'aperto davanti ottantamila spettatori, come John Kennedy a Los Angeles nel ‘60. Un eloquente, emozionante ed efficace discorso quello di Obama, in cui abbiamo trovato però una grande "bugia". Obama ha detto "that this election has never been about me. It's been about you". Non è vero, al momento del voto, dentro la cabina, si sa benissimo che invece riguarderà solo lui. Purtroppo, perché se questa elezione fosse decisa dalla stragande maggioranza degli elettori che al momento di scegliere pensassero solo a difendere i propri interessi, cioè della classe media, il candidato Obama avrebbe già vinto. Invece non è così, questa elezione sarà anche e soprattutto un referendum su di lui. Obama non stravince nei sondaggi non perché la maggior parte degli americani non sia convinta della necessità del "change", ma perché non è ancora convinta che possa farlo il primo presidente "non bianco". È quello, il colore della pelle, l'ostacolo che purtroppo può frenare molti elettori sì nauseati dai disastrosi otto anni di Bush ma ancora titubanti a votare per il primo presidente afro americano della storia Usa.

Eppure e per fortuna questa elezione sarà anche "about him", dato che come dimostrato a Denver, Obama è dotato del raro carisma che può rompere qualsiasi "glass ceiling". Lo stesso carisma del cattolico Kennedy capace di diventare il primo presidente non wasp della storia Usa. E lo stesso carisma che ebbe un secolo e mezzo fa, come detto da Al Gore nel discorso più bello pronunciato a Denver, un certo candidato alla presidenza dell'Illinois, poi considerato da molti storici il più grande presidente della storia degli Stati Uniti. Nessuno meglio di Gore ha saputo smontare la tesi di McCain sull'Obama non pronto per la Casa Bianca: "Before he entered the White House, Abraham Lincoln's experience in elective office consisted of eight years in his state legislature in Springfield, Illinois, and one term in Congress - during which he showed the courage and wisdom to oppose the invasion of another country that was popular when it started but later condemned by history. The experience Lincoln's supporters valued most in that race was his powerful ability to inspire hope in the future at a time of impasse". Ispirare la speranza nel futuro in tempi difficili. Ecco il magnifico parallelismo tra Lincoln e Obama: "He was known chiefly as a clear thinker and a great orator, with a passion for justice and a determination to heal the deep divisions of our land ... His vision and his voice represent the best of America. His life experience embodies the essence of our motto - e pluribus unum - out of many, one. That is the linking identity at the other end of all the hyphens that pervade our modern political culture. It is that common American identity - which Barack Obama exemplifies, heart and soul - that enables us as Americans to speak with moral authority to all of the peoples of the world, to inspire hope that we as human beings can transcend our limitations and to redeem the promise of human freedom". Un discorso, quello di Gore, per dimostrare che in tempi come questi la scelta per essere "about us", diventa sul migliore "for us".