A modo mio

Cinquant'anni da Feisal

di Luigi Troiani

Nell'estate del 1958, il colpo di stato del generale Abdel Karim Kassem cancella a Baghdad la monarchia hashemita di Feisal II. Il re e il primo ministro Nuri Said sono uccisi. È proclamata la Repubblica. Il golpista denuncia le alleanze internazionali del paese, dichiara di aver agito in nome della dignità nazionale e araba del popolo irakeno, contro la scelta filoamericana del re.

      Ricordare quei fatti e la loro genesi, significa capire gli avvenimenti che hanno segnato l'ultimo mezzo secolo di storia irakena, sino all'occupazione americana e all'attuale instabilità. Il salto di Baghdad dal campo occidentale a quello del nazionalismo arabo si compie in quel momento: Saddam Hussein, le due invasioni dei presidenti Bush sono figlie di quella stagione politica.

      Nel 1958, si scioglie in Irak (lo stesso processo sta prendendo piede in tutto il mondo arabo, ad eccezione del Golfo) la contraddizione generata dalla caduta dell'impero ottomano, tra le esigenze del nazionalismo arabo e islamico, e l'assetto regionale fissato dalle potenze dell'epoca, in particolare il Regno Unito. Il Medio Oriente del secondo Novecento, prodotto delle alchimie politiche ed economiche del lungo secolo di "orientalismo" eurocentrico, viene progettato a misura degli interessi coloniali e neocoloniali. Gli stati "nuovi" sono spesso creazioni artificiose, i confini sono tirati sulle mappe coloniali con il righello, i potenziali conflitti etnici, tribali, religiosi, o non sono considerati o vengono visti come un "positivo" strumento per indebolire il potere delle élite nascenti. Che, intanto, tentano di gestire le "imposte" istituzioni della democrazia occidentale sconosciute alle tradizioni, mentre salgono la spinta laica al panarabismo e, peggio, quella religiosa al panislamismo, nel mezzo di situazioni socio-economiche e demografiche, pesantissime.

      In Irak, sono affastellate in unità istituzionale e sotto specie di stato, tre province ottomane strutturalmente estranee: la petrolifera Mossul a nord a prevalenza curda, la capitale Baghdad al centro prevalentemente sunnita che con sé porta in dote le città sante sciite di Najaf e Serbala, Bassora a sud soprattutto sciita. Intorno, talvolta ostili, stanno entità statali ben più forti e quadrate: Persia, Turchia, Arabia Saudita. L'Irak, per un decennio sotto mandato britannico della Società delle nazioni, è indipendente nel 1930,  ma resta saldamente legato a Londra anche attraverso la cessione in uso di due basi aeree.

      Dopo i traumi prodotti dalla Seconda guerra mondiale e dalla nascita di Israele, nel febbraio 1955 l'Irak, con la Turchia, mette in crisi la Lega araba, lanciando il cosiddetto "patto di Baghdad" cui aderiscono Iran e Pakistan, e a seguire Stati Uniti e Regno Unito, evidenti registi dell'iniziativa. Tre anni dopo, il golpe che cambia la storia del Medio Oriente.

      Guardando a cosa è successo nel mezzo secolo che ci separa da quei giorni, appaiono evidenti gli errori allora commessi da americani e inglesi: esasperare il nazionalismo arabo, umiliato prima dagli ottomani e dai colonizzatori europei, poi dai successi di Israele, non ha pagato. Gli americani faranno negli anni successivi un errore anche peggiore, non capendo il potenziale di modernizzazione dei regimi laici arabi messi in piedi da graduati nazionalisti, sull'esempio dell'egiziano Nasser, rispetto all'oscurantismo religioso che aveva bloccato per secoli le masse nell'arretratezza, rendendole vittime di pochi ceti privilegiati. L'estremismo e il terrorismo fondamentalisti che hanno colpito nel settembre 2001, per poi fare stragi e lutti in ogni continente, sono stati innescati anche da quegli errori. Nessuno può ragionevolmente prevedere cosa attenda l'Irak, preso nelle spire di un complicato conflitto interno a carattere etnico, economico, religioso.