Linguaio/ Tra coccoli e tordelli

di Luigi Fontanella

Oggi è la festa di San Lorenzo (chi non ricorda la celebre poesia del Pascoli?), giorno che mi sembra particolarmente adatto per continuare il racconto, iniziato Domenica scorsa, del mio vagabondare toscano.

Oggi parlerò di un'altra escursione effettuata in Versilia (nome che deriva dall'omonimo fiume), nel corso della quale ricordi personali e scoperte di sapori nuovi si mescoleranno ai saperi atavici di questa zona.

Come si sa la Versilia è una striscia ondulata di terra compresa tra le Alpi Apuane e il Mar Ligure e tra le foci del Magra e quelle del Serchio (fiumi cari a Ungaretti i cui genitori erano nativi della Lucchesia).

La prima tappa di questa gita è Marina di Pietrasanta, la cui spiaggia si distende fra il Lido di Camaiore e Forte dei Marmi. Qui ho trascorso un'incantevole mattinata insieme con gli amici Rosy e Sandro, grazie ai quali andrò poco dopo scoprendo il primo sapore: la cosiddetta "scarpaccia", sorta di pizza-focaccia così chiamata perché i contadini dell'entroterra di Camaiore la facevano, e tuttora la fanno, con i resti di verdure varie. E qui, nel pomeriggio, passeggiando per le vie di Camaiore, mi è venuto in mente Cesare Garboli che aveva casa a pochi minuti di qui, precisamente a Vado di Camaiore. Mi è tornata alla memoria, in particolare, la prima visita (nell'estate di ben 30 anni fa), legata alle mie ricerche su Antonio Delfini, forse lo scrittore italiano del secondo Novecento che mi è più caro, sul quale Garboli ha scritto pagine indimenticabili.

Che pace e che tranquillità si prova nel percorrere la "Tabarrana": questo, il nome del lungo, ombrosissimo viale che conduce dall'area di Camaiore a Loppeglia, il dolce paesino dove trascorrerò una giornata tra le più liete e serene della mia estate toscana. In seguito rifletterò sul nome "tabarrana": forse da tabarro, cioè quell'ampio mantello che anticamente veniva indossato dagli uomini sul proprio abito; e difatti gli alberi che costeggiano la Tabarrana formano una specie di frondosissima cupola che come un lungo infinito mantello verde copre la sommità di tutto il viale.

Ma eccomi, infine, a "La Mandolata", la casa dove abitano i miei amici, tutta immersa nel verde. Perché "Mandolata"?, chiedo a Rosy e a Sandro. Mi spiegheranno che il nome dato alla loro casa deriva appunto dal nome con cui veniva (viene) chiamata la grata di mattoni forati che scherma(va) le pareti della stalla; mattoni forati perché così può filtrare l'aria che può asciugare il fieno lì accumulato. Allo stesso tempo la "mandolata" serve anche per non far passare la pioggia all'interno.

Che pace sotto il noce del giardino che con le sue dense fronde ne ombreggia un ampio tratto. Tutt'intorno un verde intenso che invita alla meditazione, all'abbandono, alla poesia...

A sera, poi, gusterò " i quartucci", detti anche "còccoli" (frittelline caldissime di pane da infarcire con stracchino e prosciutto) e soprattutto "i tordelli" che per me costituiranno il vero clou della cena! Cerco di descrivere questo piatto dal nome così curioso: semplificando, potrei dire che i tordelli sono qualcosa a metà a strada fra i tortelloni e i ravioli, ripieni di carne e prosciutto e conditi con salsa alla bolognese. Una vera delizia che consiglio vivamente a chi si dovesse trovare nella parte meridionale della Garfagnana, terra amatissima dal Pascoli. Castelvecchio di Barga è a pochi chilometri, e un po' mi rimane il rimpianto di non aver visitato questo paese. Sarà per la prossima volta (i miei amici sono avvisati...).

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