La N.Y. di Isola & Norzi

di Erica Vagliengo

Hilario Isola e Matteo Norzi sono due artisti poco più che trentenni. Insieme costruiscono grandi installazioni ambientali, realizzate in prevalenza col legno, che lavorano usando la sega elettrica o l'ascia ed a volte, anche la sgorbia, senza però mai intagliarlo o lucidarlo. Le loro opere nascono in uno studio situato nell'antico mulino nei pressi del Castello Malingri, a Bagnolo Piemonte, in provincia di Cuneo. Li abbiamo intervistati qui, tra una trasferta e l'altra, prima della settimana a Londra. Perché, d'estate, preferiscono tornare a casa, per ritirarsi e creare nella tranquillità della campagna, concedendosi come uniche preziose distrazioni, una giornata a nuotare o ad arrampicate e cene con amici.

L'ultima volta che ci siamo sentiti era lo scorso autunno. Vivevate a New York, in un grande  loft luminoso, con la duplice funzione di casa-studio, nel Lower East Side, in un quartiere multietnico. E le vostre finestre davano sulla strada pullulante di gente, dove, stavano girando alcune scene di "Sex and the city: the movie". Com'è andata la vostra partecipazione all'esposizione "On Being an Exibition", curata da Joseph del Pesco, all'Artists Space di Manhattan?

«La mostra è stata recensita su diverse riviste ed è stata molto visitata, con un'ottima visibilità per il nostro lavoro, che a New York è sempre la cosa più difficile da ottenere. Su Artforum è uscita qualche critica all'approccio curatoriale, ma anche ottimi commenti sulle nostre opere, quindi, possiamo ritenerci soddisfatti. Ma l'aspetto più importante, come sempre, è stata la possibilità di aprire nuove amicizie e di prendere nuovi contatti lavorativi».

So che avete approfittato del soggiorno newyorkese per mostrare i lavori a curatori e galleristi. Com'è l'approccio di questi professionisti, ai giovani artisti, per di più stranieri? C'è differenza con il sistema Italia?

«Nella nostra breve esperienza abbiamo scoperto che i curatori ed i galleristi che lavorano a New York sono decisamente più preparati professionalmente e molto più disponibili e collaborativi di quelli italiani. Questo rende il sistema più efficiente e dinamico. Inoltre ci sono diverse istituzioni e attività indipendenti che si propongono di curare progetti di giovani artisti emergenti che hanno bisogno di supporto per sviluppare la loro sperimentazione e ricerca. I risultati sono spesso interessanti e non interessati come invece succede in Italia, dove le politiche di mercato e i trend del momento sono discriminanti».

New York è ancora carica di suggestioni, per noi che viviamo al di là dell'Oceano. Ma, spesso si legge, che il fermento cultural-artistico, si è trasferito altrove (Pechino, Shanghai, Tokyo, Bombay). Siete d'accordo?

«A New York si respira un po' di tutto quell'altrove che dici... è un porto in cui è impossibile non capitare, e anche da cui partire a sognare altri luoghi. Non sappiamo esattamente quale sia il posto giusto "dove essere" ora, ci muoviamo un po' a casaccio in preda alle passioni e agli incontri e andiamo spesso dove ci chiamano a partecipare. Ma è vero che I'India e l'Argentina sono tra le nostre prossime mete».

Cosa vi ha lasciato una città come New York?

«Una voglia irrefrenabile di ritornarci».

A quali esposizioni avete partecipato dall'inizio del 2008? So che siete, al momento, all'A.T. Kearney di Milano e che siete stati di recente a Shanghai...

«Tra le collettive a cui abbiamo partecipato quest'anno c'è la Biennale del Mediterraneo e la Biennial di New York. A Shanghai e Bejing ci sono andati un paio di nostri lavori per la mostra "Le energie sottili della materia". Noi, purtroppo, non ancora».

Passiamo a due curiosità: dove vi siete conosciuti e quanto siete alti?

«Al porto di Genova su una nave cargo diretta ad Alessandria d'Egitto. Eravamo gli unici due passeggeri. Riguardo all'altezza... insieme dovremmo raggiungere i tre metri e ottanta di altezza».

Decisamente affascinante conoscersi su una nave cargo... parlando, invece, della vostra formazione: quali sono gli artisti che vi hanno maggiormente influenzato?

«Da Paolo Uccello a Gober la lista è  piuttosto lunga».

Perché la scelta di utilizzare il legno per le vostre opere?

«Perché il legno continua a vivere  anche quando l'albero da cui proviene è morto... ma molti dei nostri ultimi lavori non sono in legno. L'ultimo che abbiamo realizzato, per esempio, è fatto di polvere».

La scultura, oggi, sta tornando a piacere. Forse perché c'è bisogno di opere concrete alla quali aggrapparsi, e ci si è stufati dell'astratto o di concetti contemporanei, difficili da afferrare?

«Sarebbe bello vedere qualcuno  aggrapparsi alle nostre sculture... Non pensiamo, comunque, che la scultura, intesa in tutte le sue nuove forme (istallazione, arte ambientale etc...), sia più facile da capire, anzi... Noi cerchiamo, però, di realizzare lavori il più possibile coinvolgenti a livello emotivo, lavori che portino la curiosità di chi li guarda ad avvicinarsi all'opera e ad approfondirne i significati».

I vostri soggetti sono stati, spesso, bambine "messe nell'angolo, oppure nascoste dietro ad una tenda dalla quale emergono facendo capolino, sempre colte in una situazione d'inquietante fragilità e di solitudine". Adesso lavorate sempre su di esse. E dove avete trovato ispirazione?

«In realtà, negli ultimi due anni stiamo lavorando su altri soggetti e su altri temi ma la fonte d'ispirazione è ancora, ad oggi, ignota».

Che effetto fa essere definiti da Guido Curto "una promessa della scena artistica contemporanea torinese"?

«Non ha alcun effetto collaterale».