Primo piano/ Una Street per Da Ponte

di Laura Lombari

Avrebbe voluto creare un grande teatro dell'Opera a New York, tra Church e Leonard Street. Ma i soldi che era riuscito a raccogliere, la cifra - per quell'epoca enorme - di 150mila dollari, andarono persi a causa di investimenti sbagliati. Lorenzo Da Ponte, il librettista di Mozart, era un uomo instancabile e altruista, e dedicò gli ultimi anni della sua vita a promuovere la cultura e l'opera italiana a New York, dove viveva da esiliato.

Tuttavia il sacerdote di origini venete era tanto intraprendente ed eclettico quanto incapace di oculatezza con il denaro. La sua vita fu segnata da debiti e catastrofi finanziarie.

Oggi, 170 anni dopo la sua morte, quella generosa intenzione merita di essere premiata, secondo alcuni: per esempio, secondo l'American-Italian Cultural Roundtable, fondato nel 1984 con l'intento di far conoscere e apprezzare la cultura italiana negli Stati Uniti, appoggiato, nel progetto su Da Ponte, dall'Enrico Caruso Museum of America, il museo dedicato al grande tenore. Frances Bologna, presidente dell'A.I.C.R., ha inoltrato una domanda per la dedica di una strada all'autore delle parole del «Don Giovanni», di «Così fan tutte» e delle «Nozze di Figaro», proprio là dove egli avrebbe voluto che nascesse il teatro dell'Opera: all'angolo tra Church e Leonard Street, nella zona che oggi è denominata TriBeCa (acronimo di Triangle Below Canal Street). Il 10 settembre prossimo verrà presentato il progetto dell'A.I.C.R. alla prima Community Board (corrispondente alla Lower Manhattan).

Aldo Mancusi, fondatore e curatore del museo, così giustifica il suo interesse: "Era un numero uno. Fu il primo docente di italiano alla Columbia University. E per primo introdusse l'opera in America, al Park Theatre". Non solo. Da Ponte innovò il modo di fare lirica, introducendo un nuovo genere, a metà tra l'opera seria e l'opera buffa, che consisteva in una naturale integrazione tra i due elementi comico e drammatico.

Primo della classe Da Ponte lo fu fin da ragazzo, quando entrò in seminario, 14enne, dopo essersi convertito al cattolicesimo insieme con gli altri membri della sua famiglia. Emmanuel Conegliano (questo il suo vero nome), era infatti nato ebreo, ma il padre, rimasto vedovo, volle risposarsi con una donna cattolica.

L'ingresso in seminario era un passo obbligato per i giovani che dimostravano un'abilità particolare nello studio. Durante quegli anni, oltre a suonare il violoncello, Da Ponte si prodigava a comporre versi e a studiare le lingue. Il fatto di essere ordinato sacerdote nel 1773, non lo indusse affatto a reprimere la sua esuberanza. Fu degno amico di Giacomo Casanova, per l'abilità nel sedurre le donne, specie se sposate. E continuò a scrivere, in maniera sempre più professionale, fino a quando (dopo varie traversie e fughe da una città europea all'altra), entrato nella corte dell'imperatore austriaco Giuseppe II, arrivò a produrre libretti per il compositore ufficiale, Antonio Salieri. Ma il grande colpo fu quello di conquistare la stima di Wolfgang Amadeus Mozart, che bramava da tempo di scrivere un'opera italiana.

Già, perché per chi ancora non lo sapesse, non fu da Ponte a sentirsi fortunato di lavorare con Mozart, ma fu esattamente il contrario. In una lettera al padre, il massimo compositore di tutti i tempi, aveva scritto nel 1783: "Se è d'accordo con Salieri, non avrò un libretto finché campo...", e questo si spiega con la nota avversione del compositore di corte contro Mozart.

In ogni caso l'incontro ci fu, e in effetti fu il grande sodalizio artistico che venne a crearsi a rendere famoso Da Ponte anche ai posteri. In quegli anni il genio creativo di entrambi partorì le "opere delle opere", appunto, il «Don Giovanni», «Così fan tutte» e «Le nozze di Figaro».

Quello che Frances Bologna vorrebbe, però, è ricordare la personalità di Da Ponte al di là di quel picco fortunato nella sua carriera. Dopo molte vicissitudini, il nuovo uomo Da Ponte, sposato con una donna inglese, Nancy, fedele, ma sempre caotico e geniale, emigrò negli Stati Uniti, per sfuggire ai creditori perennemente alle sue calcagna. All'inizio affiancò all'attività di insegnante, quella commerciale di droghiere nel New Jersey.

Ma presto sentì l'impulso di far conoscere la lingua e la cultura italiana agli americani. New York, con la sua grande energia e i suoi ritmi frenetici, si adattava alla perfezione alla personalità di Da Ponte. Cominciò a insegnare l'italiano dapprima privatamente alle signore e ai signori bene di Manhattan. Poi entrò nella Columbia University, primo professore di italiano nella storia americana.

Dopo un po' il suo inarrestabile attivismo lo portò di nuovo verso l'opera e scrisse ancora libretti, mentre suo figlio Lorenzo tradusse in inglese quelli mozartiani. Le opere vennero date al Park Theatre ed ebbero un grandissimo successo. Fu allora che a da Ponte venne l'idea di creare un teatro per l'opera italiana. Ma la morte prima di uno dei suoi figli, poi di sua moglie Nancy, lo gettò in un profondo stato di prostrazione che lo accompagnò fino alla morte. Questa lo colse all'età di ottantantanove anni. Il funerale fu grandioso e venne celebrato nella vecchia Cattedrale di San Patrizio.

Oggi la Amato Opera, sulla Bowery di New York mette in programmazione una delle opere di Mozart-Da Ponte almeno una volta all'anno (l'ultima volta è stato il turno di «Così fan tutte», lo scorso giugno). Non sono in pochi a pensare che sia un onore che un uomo come Da Ponte abbia passato gli ultimi trent'anni della sua vita in questa parte del mondo, insegnando la nostra lingua e citando la "Divina Commedia". E come il suo più fortunato successore, Antonio Amato, che invece riuscì a creare il primo teatro di New York per l'opera italiana, ha contribuito a rendere più grande il sogno americano. Per questo anche i newyorkesi, oltre agli italiani, dovrebbero rendergli onore intitolando una strada al suo nome.