Itinerari. Amarcord a Ravanusa

di Silvia P. Mazza

Palpitante memoria di un luogo dell'anima, dove, quando il ricordo - degli autori e di chi è stato attento spettatore o attore della Ravanusa del secolo appena trascorso - si fa sbiadito e restano dei vuoti nella trama di cui è intessuto, l'accertamento di fatti e circostanze sul non facile reperimento degli atti dell'archivio comunale consegna la cittadina in provincia di Agrigento alla Storia più recente. Questo è, nell'essenza, "Ravanusa. Il Novecento tra storia e cronaca" (Paruzzo Editore), di Gina Noto e Diego Termini.

Perché se di quanto accade nei centri nevralgici del Paese, o di quanto matura a livello internazionale, non arriva in questo lembo di terra siciliana che un'immagine sbiadita, il costante riferimento al contesto storico generale - per cui al procedere diacronico si somma uno sincronico - consente al lettore di non perdere mai di vista il quadro complessivo, e di volta in volta misurare il risultato in provincia dei ritardi o delle accelerazioni della storia, la marginalità o al contrario la partecipazione di Ravanusa alle trasformazioni politiche, sociali, economiche e culturali del secolo che ci ha preceduto. Ecco, quindi, che l'"arrivo" della corrente elettrica nel '26 illumina i lampadari di cristallo delle sale affrescate dei palazzi nobiliari di Corso Vittorio Emanuele, anima le prime radio o il grammofono a manovella preso in affitto dal popolino per una serata di festa; mentre per le vie cittadine si vedono girare prima solo le biciclette, poi mano a mano i Mosquito, i Cucciolo, le Bianchina. Si segue l'"estinzione" di mestieri quali il maniscalco, il sarto, il vasaio e, con la scomparsa degli animali da soma, il sellaio (sopravvive Sebastiano Cassaro, che prosegue ancora oggi a confezionare le bardature della "Rietina", la sfilata di animali con ricchi paramenti in occasione delle feste rionali).

Ravanusa attraverso un secolo conosce fame sete guerra, sperimenta momenti di esaltazione e altri di rassegnato sconforto. Scorrono le pagine e ne emerge un affresco vivo, corale per quel suo cedere la parola ai protagonisti che hanno un nome e un volto, ma che potrebbero essere i custodi di memorie condivise anche da tanti altri abitanti dell'Isola. Chissà, ad esempio, quanti altri nostri emigrati ritroveranno nel libro di Gina e Diego uno scenario simile a quello che ha visto l'infanzia di ciascuno di loro, quello della prima iniziazione alla vita tra case e chiese, tra strade e piazze: palcoscenici diversi di paese in paese, ma sempre, tanto, familiari e rassicuranti. Così, appartiene anche - o sarebbe meglio dire apparteneva, ma forse è una sensazione non troppo inattuale - a una comune coscienza quel sentirsi stranieri in patria, in esilio nella propria terra, condizionati dalla «terrificante insularità di animo», di cui parlava il principe di Salina nel «Gattopardo»; e allora tanto vale emigrare, lontano dai giardini delle Esperidi.

Anche Ravanusa ha dato fra Otto e Novecento il suo triste contributo, in termini di costi umani e di sofferenze, all'emigrazione al di là dell'Oceano; e poi ancora, nuova diaspora, dalla fine degli anni Cinquanta, quando il flusso migratorio alimentato dalla perdurante condizione di sottosviluppo del Mezzogiorno e della Sicilia si orienta verso le grandi capitali industriali dell'Europa e del Nord Italia. La spina che morde dentro adesso, però, diventa doppia: è del rimpianto e del rimorso, in un eterno tira e molla fra la tentazione e l'impossibilità del rimpatrio. Il distacco dalla Sicilia è una cicatrice che duole. Alcuni però riusciranno a tornare in paese per investire i loro risparmi, tra gli anni '70 e '80, gli anni d'oro di Ravanusa.

C'era stata la prima guerra mondiale, la dittatura fascista (ne aveva pagato caro prezzo il padre dell'avvocato Mimì Verso, dedito alla causa antifascista), e poi il secondo conflitto mondiale dal carattere inedito e aberrante con l'inattesa trasformazione dell'alleato in nemico e dell'invasore in amico (ma «Ravanusa non aveva visto la guerra vera e propria, trovandosi in una zona lontana da interessi strategici e persino logistici»). Alla ripresa della vita economica e civile dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra si accompagnò un ampio movimento rivendicativo per l'occupazione delle terre e dei latifondi incolti: la passione che animava quelle manifestazioni del disagio popolare ci è restituita attraverso la vibrante testimonianza del signor Calogero Alessi e la «minuziosa ricostruzione» che Lillì Verso fa della "notte delle bandiere bruciate", di cui fu protagonista, subito dopo le elezioni amministrative del 6 aprile del '47 con la strepitosa vittoria dei due partiti di sinistra.

Come si sa, il timore che di quelle tensioni sociali potesse avvantaggiarsi l'opposizione social-comunista, convinse le forze governative ad adottare provvedimenti rilevanti come la riforma agraria e ad avviare, con la Cassa del Mezzogiorno, un vasto programma d'investimenti e incentivi (largamente inadeguati e che produssero il triste esodo verso contrade di nebbia e di gelo, al di qua e al di là delle Alpi).

Le agitazioni serpeggiavano, insospettabilmente, anche in altri contesti: nel '45 un gruppo di donne «scalmanate», capeggiate da tale Peppina, «tutta nervi, con due occhi spiritati; giovane ma il suo volto era avvizzito e rugoso, brutto di quella bruttezza che viene dalla esasperazione e dalle molte privazioni», si era riunito nella "rivolta dell'acqua".

Le "pause" alle vicende storico-politiche sono dei quadretti di costume piacevolissimi, come quello dell'arrivo in paese, nel 1908, di "lu carruzzuni", «un grosso parallelepipedo che faceva da abitazione e da magazzino a "lu cinematografaru" ed era trainato da buoi» (la prima sala cinematografica verrà aperta nel '44 nell'ex chiesa del Purgatorio); o come quello del "trionfo" del cortile come foro pubblico, luogo di partecipazione, dove ciascuno veste i panni di spettatore, attore e autore del teatro variopinto, allegro e tragico, dell'esistenza. Esso sarebbe poi stato scalzato dalla piazza, già «punto di riunione dei signori e delle poche attività commerciali», divenuta col benessere degli anni Settanta l'anima del paese, insieme al Corso Garibaldi, arteria che attraversa tutto il paese: «salendo e scendendo dalla "Cruci a lu Cummentu" - dal titolo dei versi del poeta dialettale locale Francesco Romano - i giovani avevano qualche possibilità in più per incontrare le ragazze e adocchiarle».

Il Corso è anche il palcoscenico da cui passano i protagonisti della scena nazionale, dal Duce al re Vittorio Emanuele III, in transito il primo nel maggio del '24 e il secondo nel dicembre del '42, entrambi diretti alla miniera di Trabia-Tallarita, e dove sfilano acclamati dalla folla i mezzi corazzati degli Alleati che si dirigevano verso Sommarino e Riesi. Le illustri visite sono sì occasione di festa, ma soprattutto opportunità per «rendere praticabili le strade principali piene di buche e di fango», anche se poi, a evento concluso, a pagarne le spese «sarà sempre la povera gente».

La giornata del ravanusano aveva, naturalmente, i suoi momenti di distrazione e di svago: in occasione del carnevale o delle varie ricorrenze sacre - descritte con «lucidità sorprendente», nonostante l'età avanzata, dalla signora Elvira Garro -, come quella della festa della Vergine Assunta a Ferragosto, quando ci si intratteneva con il gioco dell' "antenna" - una sorta di piccola "Cuccagna" (gioco di origine antiche che si svolge in piazza e che consiste nell'arrampicarsi su un albero o palo unto di grasso o di sapone da cui pendono animali, vivande e altri doni che toccano in premio a chi li raggiunge) - o con quello delle "pignate" (della pentolaccia).

Le numerose occasioni festive scandivano la vita della comunità e ne rappresentavano l'altra faccia della dimensione esistenziale, quella - come sostiene lo studioso di tradizioni popolari Giuseppe Cipolla - «per la quale ci si distanzia dall'usuale, dalla fatica di tutti i giorni, dalla penuria e si celebra lo straordinario, nell'ozio e nel consumo senza ritegno dei cibi prima "proibiti", nell'uso degli abiti nuovi (della festa appunto), nell'abbandono al gioco, allo spettacolo, al meraviglioso».

Viene così fornita un'idea della vita sociale di ieri nelle sue principali manifestazioni, nella sua duplice declinazione di lavoro e di festa; scorrendo le pagine si segue l'erosione che costumi, mentalità e valori alla base di questa comunità hanno subito, specialmente con la trasformazione neocapitalistica della società italiana; l'onnipresenza del motivo assillante della precarietà non disegna una visione malinconica e scettica delle cose, ma piuttosto alimenta la passione civica degli autori: nel volume non mancano infatti i toni decisi della denuncia, quando ad esempio si rievoca la vicenda della tangenziale est, rimasta incompleta, «un'avventura senza senso che si trascinò per anni per prolungare l'occupazione di quei venti operai e tutto il contorno», o quando si constata che i gazebo sorti negli anni Novanta lungo il Corso Garibaldi stavano lì «non per l'utilità di qualcuno o di qualcosa ma solo per poter dire "ce l'ho fatta"», o quando Ravanusa ebbe pure il suo muro di Berlino - una cortina di lamiere che aveva diviso in due il paese, innalzata nel 2005 a seguito di una frana -. O quando, ancora, lo sguardo si muove a volo di uccello su un paese che si presenta come un eterno cantiere, con le costruzioni incomplete, il centro abitato in abbandono, una periferia frutto dell'abusivismo e la latitanza di chiunque, cittadino o amministratore, mostri un qualche interesse a che il paese si presenti accogliente.

Ma è anche una passione che sa guardare lontano, consegnare gli autori alla straordinaria esperienza vissuta in Burkina Faso, in pieno cuore africano, e concretizzatasi nell'asilo di Nanorò, a 100 chilometri dalla capitale Ouagadougou: le tappe indimenticabili e commoventi di questa avventura sono fermate in un'apposita appendice.

Ed è questa stessa passione che ha alimentato il «bisogno personale», dicono gli scrittori, di «salvare dall'usura del tempo [...] fatti, eventi, persone e sentimenti di tutto il popolo ravanusano che con sofferenza ha cercato la sua emancipazione in un contesto più vasto pur rimanendo profondamente legato alle sue radici».