A modo mio

Umberto da Giussano

di Luigi Troiani

Nelle campagne rumene, la Rai sta ultimando le riprese del kolossal epico da 30 milioni di dollari su Federico I di Svevia, Barbarossa. Si tratta di una produzione voluta da Umberto Bossi, che la sbandiera come uno dei momenti topici del riscatto delle genti padane, rito di liberazione dallo "stato dell'Italia centralista". L'Umberto, dopo aver arringato "alla conquista della libertà, se necessario con l'uso della forza", perché "meglio è morire che vivere come schiavi", si rifugia nello spettacolo (avanspettacolo?), spinge l'azienda pubblica Rai ad attingere dalle tasche dei contribuenti (anche dei cosiddetti "terroni") obbligati a pagare il canone televisivo, per una storia tesa a galvanizzare i suoi, nel segno della mitologica quanto inesistente padanilandia.

I primi a protestare per l'uso distorto che Bossi sta facendo della storia e della vulgata cinematografica ammannita da mamma Rai, sono stati gli attori del "Barbarossa". Le interviste a getto continuo in cui l'autocompiaciuto senatùr si definisce la reincarnazione di Alberto da Giussano (con la sua Compagnia della morte, vincitore contro Federico a Legnano nel 1176) in lotta contro il nuovo Barbarossa (la Repubblica italiana, di cui lo stesso Bossi è ministro a libro paga, e alla cui costituzione ha giurato fedeltà!); le dichiarazioni del regista Renzo Martinelli, milanese e amico del capo leghista, sui rom che lavorano come controfigure dei lombardi nel film e sulle basse tariffe pagate a comparse operatori e tecnici rumeni; il cicaleccio dei giornali sulla strumentalizzazione che la Lega Nord fa della pellicola in lavorazione; hanno provocato il malumore dei membri della troupe. Guidati dall'israeliano Raz Degan (Alberto da Giussano nel film), "amareggiato per le polemiche", hanno dettato di non lavorare al "manifesto politico della Lega" e di non voler essere "strumentalizzati dalla politica italiana".

E' comprensibile che Bossi e Lega continuino a cercare miti con cui corroborare le proprie posizioni, visto che i fatti della storia e della geografia smentiscono ogni rivendicazione riguardo ai presunti torti subiti dalla cosiddetta "Padania". Stupisce semmai, il modo incauto con cui certe operazioni vengono condotte, in totale disdegno della verità storica. Cominciamo dai due personaggi intorno ai quali si agita Bossi. Più che oppositore delle autonomie comunali, lo svevo Barbarossa fu protagonista del conflitto tutto medioevale tra poteri civile e religioso. Passa alla storia come l'iniziatore della fazione ghibellina (Waiblingen era il suo castello) che, in opposizione a quella guelfa (dai Welfen di Baviera), difende le prerogative dell'impero rispetto alle pretese del papato di Roma: i comuni, nel tempo, si schiereranno con l'una o l'altra fazione. Quelli che combatterono Federico sotto l'egida della "Lega lombarda", vi furono "sospinti" da papa Alessandro III. Quando, nella pace di Costanza del 1183, Federico riconosce l'autonomia dei municipi ma riafferma anche l'alta sovranità dell'autorità imperiale, questi accettano. In quanto alla grandezza del guerriero lombardo Alberto, basti dire che non si è neppure certi che sia veramente esistito. Federico morirà nel 1190 al comando della terza Crociata; suo nipote Federico II, brillerà nel meridione, passando ai posteri come "stupor mundi".

Altro equivoco, la confusione tra comuni e regioni: contro Barbarossa si battono i comuni, perché le regioni in Italia "non esistono" sino alla costituzione repubblicana. Da qui l'indebita appropriazione del "Carroccio" come simbolo "lumbard". I carrocci furono un dato comunale, e ogni municipio ebbe il proprio, che difese in battaglia come simbolo dei valori locali e comunitari. Recita un proverbio ebraico: "Il sapiente sa quel che dice; lo stupido dice quel che sa".