Visti da New York

Il risveglio dell'Orso

di Stefano Vaccara

Agosto 2008:  verrà ricordato come il mese in cui l'Occidente si svegliò dal letargo e riconobbe il suo più grande pericolo: la Russia di Vladimir Putin.

Dalla caduta dell'Urss, Mosca finora non aveva mai spinto i suoi militari fuori dai suoi confini. L'intervento dell'esercito russo in Georgia, contro un Paese sovrano e membro dell'Onu, rappresenta la novità che fa carta straccia di tutti i calcoli messi a punto sul futuro delle relazioni internazionali negli ultimi 20 anni.  Il risveglio dell'Orso russo cambia l'equilibrio (meglio dire lo squilibrio) mondiale, ma chi oggi si sorprende non può essere giustificato.

Di che pasta fosse fatto Putin e il suo spietato apparato di potere non può essere una sorpresa. Ricordiamo che l'ex ufficiale del Kgb si era presentato alla fine degli anni Novanta riducendo in cenere la Cecenia, dopo che certi "strani" attentanti a Mosca avevano preparato la sua ascesa. E poi usando il pugno di ferro contro l'informazione fino al sospetto di essere il mandante dell'omicidio di diversi giornalisti "fastidiosi". Arrivando persino a dare l'ordine, secondo i legittimi sospetti delle autorità britanniche, di eliminare a Londra anche un ex agente segreto russo troppo prolifico con quei libri che descrivevano all'Occidente i segreti del nuovo zar.

No, non poteva e non doveva essere l'invasione della Giorgia a farci riconoscere oggi "la vera anima" di Vladimir il terribile e della Russia che lo vuole al potere, nonostante egli non ne sia più il presidente (anche nell'Urss di Stalin non c'era bisogno di esserlo formalmente). Quell'anima autoritaria senza più alcun controllo si poteva riconoscere pochi mesi dopo che Yeltsin,  alcolizzato e sempre più malato, gli affidò le leve del potere. Eppure i leader occidentali hanno continuato a coccolarlo, andando a fargli le fusa al Cremlino così come invitandolo ai loro vertici o nelle loro ville. Berlusconi si era pure vantato di essere stato lui a convincere gli altri ad accelerare l'entrare della Russia nel G8. Ma se nel 1994 c'era ancora Yeltsin, dopo l'avvento di Putin quelle aperture dovevano essere ripensate. Invece nessuno, a Roma come a Washington, a Parigi come a Berlino, si vergognava di sedersi a tavola a discutere di affari planetari con chi inceneriva Grozny facendo 200 mila morti in Cecenia.

Putin è ormai prossimo a far avverare uno degli scenari prefigurati in un super saggio uscito nel 1993 e intitolato "Russia 2010: and What it Means for the World", scritto dallo storico ed esperto di petrolio, premio Pulitzer, Daniel Yergin. Intervistandolo 15 anni fa su quel suo libro sul futuro della Russia, Yergin mi disse: "Immaginare l'impensabile è molto difficile, ma il tentativo va fatto perché è proprio l'impensabile che spesso accade". E questo "impensabile" era "The Russian Bear", come fu chiamato uno scenario descritto nel suo libro: "A grim dictatorship... a highly authoritarian and aggressively nationalistic state, hostile to the outside world and intent on reimposing Russian domination over the other new states of the former Soviet Union".  Questa scenario pensato nel 1993 da Yergin,  era la Russia che poteva emergere nel 2010. Invece siamo già al 2008! Dove avrebbe trovato le risorse l'Orso Russo per risollevarsi e far di nuovo paura all'Occidente? Per Yergin la risposta era facile: petrolio e gas.

L'Amministrazione Bush si trova adesso in una situazione imbarazzante quando afferma che il "Free World" non può permettere a nessun paese di intimidire e invaderne un altro. Magari, senza quell'invasione dell'Iraq oggi la Casa Bianca difronte al mondo sarebbe più credibile, invece... Bush dovrebbe ordinare alla sua cremlinologa di sprecare meno chiacchiere sul diritto internazionale già ampiamente calpestato dagli americani, e concentrarsi invece su precisi avvertimenti da lanciare alla Russia, sulle conseguenze che potrebbe pagare per la sua azione sproporzionata che la fa restare in Georgia con i carri armati nonostante l'accordo firmato dal premier  Medvedev con Sarkozy (la prossima volta,  Monsieur le President, non canti vittoria senza la firma di Putin). Se Putin avesse deciso ormai che gli interessi della Russia post crollo sovietico si preservano con un nuovo confronto Est-Ovest, con una nuova Guerra Fredda, allora non ci sarà nulla da fare: le presidenze di Bush padre e figlio saranno ricordate come le parentesi di chiusura e apertura tra i due confronti. Ma se invece dentro alla cerchia di potere asseragliata al Cremlino a qualcuno importasse ancora preservare il fiume di miliardi di dollari che scorre grazie al riavvicinamento con l'Occidente, fiume che verrebbe deviato dalla nuova diga di ferro ricostituita dalla Nato (ma l'Europa sempre più dipendente dalle fonti energetiche russe, come farà?), una speranza che a Mosca qualcuno possa ancora frenare certe nostalgie di Putin esisterà ancora.

Come hanno scritto i francesi André Glucksmann e Bernard-Henri Lévy: "Talvolta si riesce a ricattare un ricattatore. Se riuscirà a trovare l'audacia e la lucidità per accettare la sfida, l'Europa si dimostrerà forte. Altrimenti è morta.... In breve, se si cede a Vladimir Putin vuol dire che siamo disposti a sacrificare in suo onore i nostri principi, e ritirandoci prima ancora di aver tentato qualcosa, non faremo altro che rafforzare, a Mosca, il nazionalismo più virulento".