A modo mio

Sostiene Cavallotti

di Luigi Troiani

Accalorandomi con amici, a cena, su quanto accade in Italia, su come il ceto dirigente mostri insofferenza verso le leggi, su come fortemente voglia costituirsi in aristocrazia intoccabile e inamovibile, mi fu messo repentinamente nel piatto (vuoto), uno smilzo ed aureo libretto.

Altro non era se non la riproduzione, per i tipi dell'editore Quid di Santa Marinella, della storica "Lettera agli onesti di tutti i partiti", scritta di getto dal deputato Felice Cavallotti e pubblicata nel giugno 1895 sul "Secolo" di Milano e sul "Don Chisciotte" di Roma, che fece all'epoca grande scalpore, perché attaccava frontalmente, con documentazione ineccepibile, il capo del governo Francesco Crispi per fatti di corruzione e concussione.

Lessi l'aureo, ghignai a più riprese per i tanti parallelismi con situazioni dell'oggi italico, chiedendomi se mai il nostro amato paese saprà guarire i mali storici che lo percuotono e gli impediscono d'occupare, nella famiglia delle nazioni, un posto di pieno rispetto. Una sola frase, da quel testo di un'Italia appena unita e già preda di un primo ministro furfante. "Ho sperato si aprisse qualche porta per cui s'uscisse dalla situazione convulsa, impossibile... E' inutile pretendere che un'assemblea rappresentativa funzioni... La tempesta di animi che impedisce alla Camera, al Paese, ogni utile lavoro proseguirà, finché la pietra dello scandalo non sia rimossa".

Neppure diciottenne Cavallotti era stato garibaldino volontario, poi giornalista, poeta e scrittore. Fondatore e capo riconosciuto del Partito Radicale storico, eletto in Parlamento nel 1873 a 31 anni, vi sarebbe stato riconfermato in dieci legislature.

Milanese di nascita, fu a Napoli per il colera del 1885, come era stato a Roma per l'insurrezione antipapalina del 1867. Il deputato, "bardo del popolo", con il socialismo appena agli albori e la vicenda comunista nemmeno iniziata, si ritrovò all'estrema sinistra dello schieramento politico, incomparabile difensore dei diritti della gente comune contro le prevaricazioni della casa reale e di chi mal usava il potere economico, religioso, culturale, politico. A questo titolo condusse lotte aspre contro la Destra storica (Crispi), ma anche contro la Sinistra trasformista (Depretis), portando i suoi deputati dal numero iniziale di venti ai settanta di quando, ucciso in duello dalla sciabola di un altro deputato, Ferruccio Macola, direttore della "Gazzetta di Venezia", il 6 marzo del 1898, chiuse i suoi occhi.

La "Lettera" libello e la biografia dell'autore, lanciano un messaggio che sarebbe un errore non raccogliere. Cavallotti fu il primo a porre, alla giovane nazione italiana, la "questione morale" (che chiamò "quesito morale"), una faccenda entrata ed uscita dalle porte girevoli della nostra agenda, a seconda di quale vento spirasse, e che ancora non trova accenno di soluzione. Ora come allora, la "questione" appare decisiva, in quanto capace di scardinare, se non risolta, il sistema unitario del Paese, le sue istituzioni, la competitività della sua economia, la "pace" del suo sistema sociale. Il deputato radicale affermerebbe oggi, a centodieci anni dalla sua "Lettera", che aveva visto giusto quando aveva messo in testa ai nostri mali la corruzione, denunciato capo del governo e molti dei suoi deputati. Direbbe che la "questione morale" è ancora lì, chiedendo ai cittadini di occuparsene.

Chiunque ha a cuore il rilancio del nostro sistema sociale ed economico, e vuole una politica dedicata al bene comune, guardi al messaggio di Cavallotti, personaggio scomodo e per certi versi improponibile, ma certamente nel giusto quando spiegava i mali d'Italia.