Turismo

La città dei miracoli

di Silvia P. Mazza

Inseminato e inarato là tutto nasce, / grano, orzo, viti, che portano / il vino nei grappoli, e a loro li gonfia la pioggia di Zeus»: rievocando i versi dell'"Odissea" (IX, 109-111) lo storico Diodoro Siculo (I sec. a. C.) così magnificava la fertilità della sua terra, la Sicilia. L'autore della monumentale "Biblioteca Storica" (una storia universale, in 40 libri, dalle origini fino alla conquista della Britannia da parte di Cesare), contemporaneo di Giulio Cesare e Augusto, era nato ad Agira, alla quale pure quei versi si addicono meravigliosamente, trattandosi di un centro agricolo che ancora oggi vanta una ricca produzione di cereali, mandorle, olive e uva.

Secondo le notizie di Diodoro, "Agyrion", come allora si chiamava il comune in provincia di Enna ("Agirium" per i Romani, fino al 1861 fu denominata San Filippo di Argirò in onore del suo santo evangelizzatore, San Filippo il Siriaco), esisteva già nel XII secolo a. C., nel 339 a.C. fu colonizzata dai Corinzi, e sotto il dominio romano conobbe un periodo di decadenza a causa dei forti tributi imposti agli abitanti. Sempre secondo lo storico, fu la prima città a rendere onori divini a Eracle (Ercole per i Romani), che avrebbe lasciato impresse le proprie orme, insieme a quelle dei buoi di Gerione (la cattura dei quali appartiene a una delle dodici "fatiche", o imprese, compiute dall'eroe mitologico), su una strada rocciosa non lontana dalla città. Qui Eracle avrebbe costruito i templi dedicati a Gerione e a Iolao e un lago di quattro stadi (unità di misura di lunghezza in uso nell'antica Grecia). Gli agirini chiamarono Eracleia una delle porte della città.

Ma le origini di Agira vanno cercate ben prima del termine cronologico indicato da Diodoro: sono antichissime, e dallo studio di alcuni reperti preistorici (del Paleolitico, Neolitico ed Età del Bronzo) è stato possibile appurare che la città fu popolata già circa 30.000 anni fa, quando la Sicilia era ancora unita alla penisola italica. Nomadi di origine afro-asiatica, già evoluti nella lavorazione di armi di selce, cacciatori, agricoltori, pescatori e forse anche allevatori, si arroccarono sul Monte Teja, perdendo gradualmente le loro originarie caratteristiche per trasformarsi in popolazioni stanziali. In alcune grotte, ad Alia e in località Gulfa, sono state rinvenute delle ossa umane riferibili al II millennio a. C. e al popolo dei Sicani.

Agira, infatti, è forse la più antica delle città sicane e «prende probabilmente - riferisce lo storico locale Filippo Maria Provitina - il nome da uno dei capi di quella gente indigena, Agiride, che la fondò (ma l'origine del nome potrebbe anche connettersi alla presenza di una miniera d'argento vicino alla città, da argyros, che in greco significa argento)». Fino al sorgere di Siracusa ed Agrigento, fu certamente fra le maggiori città di Sicilia, per poi conoscere il periodo di decadenza ricordato da Diodoro Siculo.

Nel 1063 passò in mano normanna, allorché il conte Ruggero sconfisse i Mori presso il fiume Salso. Fu possesso di Angioini, Svevi e Aragonesi e nel 1400 circa assurse a cittadina demaniale. Nel tempo vi si insediarono anche gli Spagnoli e una comunità ebraica che fece erigere una sinagoga.

La cittadina, che domina la fertile valle del fiume Salso, una delle più ricche di storia, gode da ogni parte di un bellissimo panorama sia per le montagne che la circondano, sia per la piccola pianura di Caramitia, che si trova sulla strada per Raddusa (provincia di Catania). Guardando a nord-est si può ammirare in tutta la sua maestà l'Etna. La struttura e l'impianto urbanistico sono lo specchio fedele delle vicende storiche di cui abbiamo riferito. Al visitatore che si addentra per le vie della città si consiglia di seguire un itinerario preciso, movendo dall'ingresso occidentale nella località Porticatazzo, da dove si abbraccia con lo sguardo tutto l'abitato. Percorrendo la via Vittorio Emanuele, la via principale di Agira, si incontra la maestosa abbazia di Santa Maria Latina o San Filippo. All'uscita della villa dell'abbazia si trova l'antica biblioteca comunale. Inoltrandosi a destra in via Grotte, si incontra l'antro di San Filippo, al cui nome è legata anche, in via Roma, una piccola edicola, chiamata appunto la "Pietra di San Filippo". Che evoca una bella storia.

Il popolo agirino, in sintonia con l'autore di una vita di San Filippo, l'Arcivescovo di Alessandria, Atanasio, ama collocare il taumaturgo siriaco Filippo, rappresentante della chiesa di Gesù Cristo, nel I secolo d. C., quando si ritiene sia giunto ad Agira. Esiste però un'altra agiografia del santo, ad opera del monaco Eusebio, che colloca la vita di Filippo nel V secolo, al tempo dell'imperatore Arcadio; una "versione", per il resto, con elementi comuni a quella di Atanasio.

Stando a tali fonti Filippo nasce in Tracia da anziani genitori, che avevano perso tutti i figli a causa di una disgrazia, annunciato in sogno alla madre da Dio. Ordinato diacono a 21 anni, parte alla volta di Roma, ove, appena giunto, il Papa lo ordina sacerdote e lo invia in Sicilia con la missione di evangelizzare Agira. Raggiunta la città, insieme al suo compagno Eusebio, si sistema in un antro - quello in via Grotte - ove per tre giorni compie miracolose guarigioni. Sale, quindi, sulla sommità del monte Teja ed impartisce una benedizione che fa precipitare tutti i diavoli che lì si erano rifugiati. Si prodiga poi per le persone bisognose, poveri, malati, emarginati. Presto si diffonde la sua fama di taumaturgo ed operatore di miracoli. La guarigione di una fanciulla indemoniata presta a Filippo nuovo prestigio e riconoscimenti, e gli consente di indurre gli agirini a porre fine ai riti demoniaci.

Il culto del santo, detto anche "San Fulippuzzu u niuru", "San Fulippuzzu Trippuzzedda" o "San Fulippu u ranni", sostituì da allora quello di Ercole: la sua figura fu incisa nello stemma cittadino al posto di quella del mitico eroe; e il rito pre-cristiano di offrire i ciuffi di capelli dei fanciulli ad Ercole fu continuato in onore del santo.

Nel XVI secolo lo storico Tommaso Fazello visitò Agira e scrisse che in un solo giorno aveva assistito a centinaia di miracoli di San Filippo. In nome del santo, ricorda Fazello, venivano cacciati i demoni dal corpo degli ammalati. Nel 1576, quando una terribile epidemia di peste colpì l'intera Sicilia, ad Agira si verificarono solo casi isolati e non mortali, e il merito fu attribuito ancora una volta al santo protettore. Nel 1599 furono trovati i resti di San Filippo sotto la chiesa dell'Abbazia, esattamente nel luogo indicato dalla tradizione. Nel IV secolo infatti la chiesa era stata monastero di San Filippo, sorto proprio sulla grotta indicata dal santo. Questi resti furono in seguito custoditi in una cassa d'argento detta appunto delle SS. Reliquie, costata 1500 scudi di Spagna: una cifra davvero considerevole. Nel 1643 alcuni forestieri tentarono di rubare le reliquie di San Filippo ma, allorché il sagrestano, svegliato dai rumori, suonò a ripetizione le campane della chiesa, giunsero cinquemila cittadini armati. L'11 gennaio del 1693, giorno in cui la Sicilia, specialmente nel sud-est, tremò a causa di uno dei suoi più devastanti terremoti, Agira subì soltanto il crollo del mastio del Castello; non vi furono vittime né danni gravi. In questa data, oltre a maggio ed agosto, viene ancora festeggiato San Filippo.

Ma torniamo in via Vittorio Emanuele: superato il palazzo della famiglia Amato, giungiamo in piazza Fedele ove si affacciano il monumento ai caduti, il palazzo che fu degli Scavone e la chiesa di Santa Chiara. In piazza Garibaldi ci sono lo storico palazzo del barone Zuccaro Cuticchi (ove dimorarono Vittorio Amedeo di Savoia, lord Bentinck e Giuseppe Garibaldi) e la chiesa di San Antonio da Padova. Proseguendo, percorrendo la via Diodorea, si giunge alla discesa Rosselli: scendendo fino al largo Plebiscito nel quartiere delle "rocche di San Pietro" il visitatore si troverà immerso in un'indefinibile atmosfera araba, bizantina e medievale. La via Diodorea si apre, quindi, alla maestosa grandezza della chiesa di Santa Margherita, passa per il convento di San Giuseppe, la chiesa del SS. Salvatore e l'oratorio del Santo Rosario e raggiunge il Belvedere, da cui si gode uno stupendo panorama.

"Dulcis in fundo", come ormai è nostra abitudine a suggello di queste sortite nei borghi storici di Sicilia, non può mancare un passaggio dalla cucina locale. Quella di Agira vanta alcune ricette assolutamente originali; sono soprattutto dolci tipici esclusivi e di gusto altamente raffinato. Se ne conoscono solo gli ingredienti perché le donne di Agira non amano condividere i segreti - la giusta dosatura degli elementi o come si susseguono le fasi di preparazione - che portano al meraviglioso risultato finale delle "Cassatedde" che, con un impasto all'esterno di farina, sugna, zucchero, uova, acqua, all'interno celano un cuore di mandorle, farina di ceci, cioccolata in polvere, zucchero, scorza di limone e cannella; o degli "‘Nfasciateddi", a base di miele, mandorle, zucchero, faina, sugna, uova e cannella; o ancora dell' "‘U pupu cu l'ovu", sfoglia di pasta frolla o di pane dalla fogge più disparate, infornata con sopra uova sode, spesso anche colorate. Varianti di questi "pupazzi" di pane sono presenti anche in altre tradizioni culinarie isolane, e, a dire il vero, anche le "cassatelle" originarie della cittadina di Agira sono dolci diffusi non solo nella provincia di Enna, ma si trovano pure nel ragusano, a Modica in particolare.

E, ancora, le mandorle, vanto della produzione locale, sono alla base anche degli "‘Nucatuli", all'aroma di vaniglia e cannella; mentre i "Carduna" sono cardi infornati e fritti, accompagnati dal forte vino locale.

Nelle foto, la Basilica di Santa Maria dell'Alto, chiesa Madre di Agira (Enna)

e una veduta panoramica

della cittadina

"abbarbicata" sul monte Teja