Eventi. IIC di New York. Trieste sull'Udson

di Samira Leglib

Non ha disatteso le aspettative, create dall'incredibile adesione ricevuta lo scorso anno, lo spazio dedicato dall'Istituto Italiano di Cultura di New York alla città di Trieste e ai figli illustri della letteratura, da Joyce a Svevo - si preannuncia presto una "new entry" con Saba - che in questo porto della laguna veneta hanno trovato asilo e ispirazione.

Se l'anno scorso si fu costretti ad aggiungere a grande richiesta un'ulteriore data all'appuntamento con l'arte e la vita di James Joyce, quest'anno l'Istituto ha proposto ben due differenti serate, lunedì 21 e martedì 22, rispettivamente rivolte a Joyce e Svevo nell'irrinunciabile cornice di Trieste.

Ad aprire l'appuntamento di lunedì è stata una lettura di Jesse Myers, coinvolgente esperto di James Joyce che ha dipinto un ritratto dell'autore e del suo periodo triestino con brio e ironia. Nella sua tesi l'ambiziosa affermazione che Joyce sia nato, effettivamente, a Trieste. Dice Myers: «E' un po' come quando ti trovi seduto a un tavolo e hai di fronte una persona cara a cui dici: sono nato quando ti ho incontrato. Joyce può anche essere nato in Irlanda e non aver mai scritto direttamente di Trieste, ma tutti i suoi personaggi e le sue storie sono state concepite a Trieste».

E continua: «Con Joyce nasce il romanzo moderno dove il contenuto viene prescelto alla forma e per la prima volta lo scrittore dublinese introduce il discorso indiretto libero attraverso cui si ha l'impressione che sia il personaggio stesso a prendere in mano la penna dello scrittore. Joyce diceva: Ho già le parole, quello che sto cercando è il perfetto ordine per dare il giusto senso alla frase. Senza l'"Ulysse" di Joyce non ci sarebbe Hemingway, Faulkner, Eco. E Trieste è la città dove egli metaforicamente nasce».

Alla lettura è seguita la proiezione del documentario di Gianpaolo Penco, "Trieste, un secolo ha attraversato una piazza" che in alcune righe viene così commentato dal regista: «E' difficile scrivere una sceneggiatura per raccontare la propria città anche se si dice che triestini e napoletani non siano capaci di iniziare un discorso senza parlare della propria identità di abitanti di quella città. La differenza in questo strano parallelo Trieste-Napoli sta nel fatto che Trieste è una città di nuove generazioni, qui praticamente nessuno ha i quattro nonni triestini. Per cui, come voi newyorkesi, anche noi siamo indecisi tra più identità, e l'identificazione di Trieste come "luogo del non essere" forse comincia proprio all'epoca di Svevo e Joyce».

Come una cartolina a tratti a colori, a tratti in bianco e nero, il documentario illustra Trieste semplicemente attraversando Piazza Unità d'Italia che in una linea ideale si apre all'Adriatico e fa del mare la sua quarta cornice. Sensibile, onesto, coinvolgente, il ritratto che Penco tratteggia della sua città lascia il rammarico sottile di non essere tutti triestini.

A Trieste sono letteralmente passate le due guerre che hanno sconvolto il secolo appena trascorso. Prima ornata del giallo e nero del vessillo imperiale, Trieste ha anche visto la sua identità bruciare a mezz'asta insieme al Tricolore. Terra di nessuno, le influenze esterne - soprattutto slave - ne hanno fatto una delle città più cosmopolite d'Europa. Come la San Pietroburgo di Dostojewski, anche Trieste è una città astratta e premeditata, creata da un sovrano per servire ad un impero. Ma Trieste è anche la città dell'indifferenza che ancora combatte con il suo passato a cui qualcuno suggerisce di guardare con una certa pietas, e non ossessivamente ripensando agli scontri e ai torti subiti.

Scriveva un poeta sloveno: "Il cuore di Trieste è malato, perciò Trieste è bella".

La serata di martedì, invece, è stata interamente dedicata alla proiezione del film di Francesca Comencini, "Le parole di mio padre" liberamente ispirato al romanzo "La Coscienza di Zeno" di Italo Svevo. Il taglio della regista decide di rinunciare all'epicentro simbolico del romanzo che ruota, solo in apparenza, intorno all'inguaribile vizio del fumo del protagonista. Lo Zeno Cosini della Comencini resta un "inetto" e la sua immobilità nell'assumere un posto in questo mondo resta nel film, come nel romanzo, la principale chiave di lettura. Il film fu presentato al Festival di Cannes nel 2001.

Nella raccolta saletta dell'Istituto di Cultura c'era, tra gli altri, uno spettatore d'eccezione, Elie Wiesel, prolifico scrittore ebreo, attivista politico, sopravvissuto all'Olocausto e Premio Nobel per la Pace nel 1986.

Nelle foto, una suggestiva veduta aerea di Piazza dell'Unità a Trieste

prima della ripavimentazione,

Jesse Myers durante la sua conferenza all'Istituto, la locandina del film

della Comencini ispirato

a "La coscienza di Zeno" e, accanto al titolo, Italo Svevo e James Joyce