A modo mio

FBI: C’entanni di solitudine

di Luigi Troiani

 

Charles Joseph Bonaparte, nipote di Gerolamo Bonaparte, (1784-1860) il minore dei fratelli di Napoleone ferito a Waterloo, è originario di Baltimora. Si laurea ad Harvard, ed è chiamato da Theodore Roosevelt a ricoprire il posto di segretario di stato alla Marina nel biennio 1905-1906. Successivamente, dal dicembre 1906 al 3 marzo 1909, giorno di scadenza della prima amministrazione Roosevelt, è U.S. Attorney General. Durante il mandato di ministro della giustizia, fonda, il 26 luglio del 1908, il Bureau of Investigation, dieci agenti federali in tutto, probabilmente inconsapevoli di innescare la più consistente rivoluzione della storia giudiziaria americana. Nel 1932 il Bureau prende il prefisso United States, per essere l'anno successivo coinvolto nella follia del proibizionismo: il corpo di agenti speciali viene connesso al Bureau of Prohibition, ed etichettato Doi, Division of Investigation. La querelle del nome termina alla metà degli anni Trenta, grazie al direttore del Boi, J. Edgar Hoover, che trasforma il Bureau in Fbi e ne diventa primo direttore. Nel bene e nel male, Hoover resterà il personaggio più rappresentativo dell'agenzia federale, non foss'altro perché rimane a dirigerla per quasi mezzo secolo, abbarbicato al suo feudo sotto ben otto presidenti, così dominando (non sempre in modo del tutto aderente alle leggi) gli eventi della sicurezza americana durante la Guerra mondiale e la Guerra fredda.

      Uno dei momenti più critici della guida di Hoover, risale all'estate del 1950. Il 7 luglio, dodici giorni dopo l'inizio della guerra di Corea, Hoover presenta al presidente Truman un elenco di dodicimila persone (3% di nazionalità straniera, tra i quali molti italiani)  annunciando di voler procedere al loro arresto in violazione delle prerogative di "habeas corpus". Il direttore vuole esercitare un preteso diritto/dovere "a proteggere la patria dal tradimento, dallo spionaggio e dal sabotaggio", e impedire alle persone in elenco di appellarsi al giudice contro la carcerazione illegale. Il presidente Truman lo ferma e gli rifiuta il consenso, anche se gli consente, per singoli casi di emergenza, di procedere contro "radicali estremisti". Non sarebbe stato il solo momento di confronto tra Fbi e poteri costituzionali. Non sorprende che, alla morte di Hoover, sia varata una legge che limita ad un decennio il massimo di durata del mandato di direttore Fbi.

      Oggi il Federal Bureau of Investigation è una rispettata centenaria, con quartier generale a Washington, quattro sedi principali, cinquantasei uffici sul territorio, trentamila occupati. Nato per reprimere delitti ormai considerati minori, come la prostituzione e il commercio illegale di alcolici, è maturato nella temperie della lotta a mafie e gangsterismo (casi celebri Dillinger, Bonny and Clyde, Al Capone), della repressione del razzismo (celebre il caso del Ku Klux Klan nel Mississippi del 1964), dell'opposizione alle spie della guerra fredda. Come ogni istituzione che si rispetti, non ha difettato di scandali e misteri, corruzione e tradimento: troppi grandi omicidi hanno insanguinato la politica americana, e troppi assassini le strade d'America.

   Dopo l'11 settembre, sono cresciute le attribuzioni Fbi nella lotta al terrorismo e, di pari passo, è diventata più invasiva la sua capacità di azione, quasi a soddisfazione postuma delle pretese di Hoover. Il prossimo presidente dovrà necessariamente porsi la questione di come meglio posizionare il Fbi centenario, nel punto di equilibrio tra garanzia della sicurezza e diritti della persona.