Che si dice in Italia
C’era bisogno della galera?
Sul clamoroso arresto di Ottaviano Del Turco, presidente della Regione Abruzzo, sarà la magistratura a decidere. E magari anche la politica. Per il momento c'è da chiedersi se siano forse tornati i giorni di Tangentopoli, dei carcerati eccellenti, dei suicidi tra le sbarre? Proprio Del Turco, a un amico parlamentare che ha avuto il permesso di andarlo a trovare, ha ricordato che di questi tempi, nel luglio del 1993 si tolse la vita in cella Gabriele Cagliari presidente dell'Eni. "Non farò come lui, lotterò. Ma ci ho pensato" ha confessato. Comunque: no, non credo che siano tornati i giorni di Tangentopoli, anche se Antonio Di Pietro tuona come allora, sia pure non più con la toga da magistrato ma dallo scranno di parlamentare. Però c'è qualcosa che mi lascia perplessa. Nello scontro in atto, l'ennesimo, tra magistrati e politici c'è un dato che va riaffermato: la legge
deve essere uguale per tutti e la giustizia non deve chiudere uno o tutti e due gli occhi davanti ai "soliti" potenti. Ma, detto questo, ammetto di non capire almeno due cose. Primo: che bisogno c'era di spettacolizzare ancora una volta un arresto eccellente, dandolo in pasto ai media e facendo giungere ai giornali documenti che dovrebbero restare al chiuso degli uffici degli inquirenti?
Secondo: ma era proprio necessario - e, soprattutto - è legale mettere un arrestato in isolamento totale per i primi tre giorni di detenzione, senza nemmeno poter parlare con l'avvocato o guardare le notizie in televisione che riferiscono di lui? Mi sembra eccessivo: Finanza e inquirenti devono per forza avere avuto un notevole numero di prove per arrestare Del Turco, e allora che paura c'è di un possibile inquinamento delle prove medesime da parte di uno rinchiuso in una cella di pochi metri? Che gli avvocati si potessero parlare e così organizzare una difesa calibrata? La legge lo consente: a me, però, sembra che in questo modo a parlare sia solo l'accusa che ha un potere enorme nell'influenzare l'opinione pubblica. Si dice che l'opinione pubblica non sia il giudice, ma voglio ricordare una famosa orazione di Cicerone, Pro Milone, che l'oratore non riuscì a pronunciare condizionato dall'atmosfera ostile della piazza e Milone fu condannato all'esilio. Successivamente quella stessa orazione fu con calma e tranquillità rielaborata e Milone scrisse a Cicerone: "Se tu l'avessi pronunciata così io sarei ancora a Roma". Altri tempi?
IL CORRIERE DELLA SERA E' UNO STRANO GIORNALE. Quotidiano tradizionalmente dell'establishment e della borghesia settentrionale illuminata, in epoca recente ha avuto due soli deragliamenti. Almeno: non me ne vengono altri in mente, correggetemi se sbaglio. Il primo durante la direzione di Piero Ottone che, negli anni di piombo spostò l'autorevole foglio di via Solferino molto più a sinistra del "solito atteggiamento discreto" portando alla fuoriuscita di Indro Montanelli. L'altro alle penultime elezioni, quando il direttore Paolo Mieli si inventò anglosassone e, tra lo stupore generale degli italiani schierò in un editoriale il suo giornale dalla parte di Romano Prodi. Cioè, in realtà - lo capirono tutti - contro Berlusconi. Si scatenarono le proteste. Prodi vinse di un soffio. Alle ultime consultazioni, Mieli non si è ripetuto. E Veltroni ha perso. Sono cambiati i tempi? Il foglio rizzoliano si è fatto più prudente? Si è spostato a destra? Non credo. Di sicuro ha giustamente preso atto della volontà popolare: inutile negare che la maggioranza del Paese, con un largo margine, ha votato per il Cavaliere. Ma non per questo rinuncia alle stoccate. Magari affidandole alla penna dei suoi vignettisti. Giovedì scorso, per esempio, mentre articolisti, editorialisti e cronisti politici riferivano con il dovuto distacco gli ultimi attacchi di Berlusconi ai giudici, la sua fretta a cambiare il sistema giudiziario italiano, il Corriere ha anche pubblicato in prima pagina un'esilarante "striscia" di Giannelli. Vi si vede il Cavaliere arrestato e scortato da due carabinieri davanti a un magistrato. Gli prendono le impronte digitali. Che, al computer, rivelano la sua identità. Al che il giudice, con i capelli ritti in testa, si alza e bacia la mano al finalmente riconosciuto capo del governo. Che si allontana, libero e soddisfatto, mentre i due militi scattano sull'attenti e il giudice resta rispettosamente in piedi. Non basta. Il Corriere si ripete anche in una pagina interna. Questa la penna graffiante è di Vauro,!vignetta secca: vi si vede un secondino che chiama "Del Turco in parlatorio!". Dall'altra parte del vetro, in visita, c'è un Berlusconi preoccupato. Titolo: si riapre il dialogo con le opposizioni. Insomma, se ai suoi scriventi il giornale sembra avere suggerito il preciso ma un po' freddino "attenersi ai fatti", il messaggio non deve essere arrivato alle matite dei suoi disegnatori.





