PUNTO DI VISTA / In mano ai parvenu

Di Toni De Santoli

 

Avere il senso dello Stato e avere a cuore i diritti dei cittadini, significherebbe questo: il presidente del Consiglio, il Guardasigilli, il leader, o i leader, dell'opposizione si riuniscono insieme ai capi delle forze sindacali e cercano, trovano punti in comune. Almeno sul piano dell'etica, almeno sul piano dell'uso che si fa della politica. Si capirebbe, per esempio, che non tutti i dirigenti politici possono apparire ogni santo giorno in televisione e rilasciare dichiarazioni, lanciare proclami, accendere o intensificare la polemica. Anche i "palafrenieri", anche i "ciambellani" appaiono in tv, soddisfatti, un po' tronfi, piuttosto spavaldi. Ancor più dei loro capi, si sentono indistruttibili, inaffondabili.

Avere il senso dello Stato significherebbe non volere nessun tipo di rapporto - a parte quello strettamente personale, discreto, elegante - col mondo della tv, dello spettacolo, di tutto quanto sia troppo edulcorato, troppo scintillante. Si è mai vista la fatale Wanda Osiris al ristorante con l'aitante Ettore Muti...? Si è mai vista la sanguigna Magnani a spasso con l'altrettanto aitante Bucciarelli Ducci...? Avere il senso dello Stato suggerirebbe nelle forze dell'opposizione l'abbandono degli infantili, sterili girotondi che, difatti, sono un gioco dinanzi a mezza Italia che se la passa piuttosto male.

Avere il senso dello Stato indurrebbe alla rinuncia della politica parolaia, alla rinuncia dell'insopportabile culto dell'immagine... Avere il senso dello Stato sconsiglierebbe il blocco (lodo Alfano) dei processi penali contro le quattro più alte cariche della Repubblica.

Fra centrodestra e centrosinistra lo scontro ormai è aspro, è feroce. Come lo è fra le fila della sinistra stessa. La gran parte delle energie, in un campo e nell'altro, non è spesa nella ricerca delle soluzioni ai gravi problemi che pesano sul Paese; piuttosto, è bruciata dalla contrapposizione fra correnti e movimenti di un dato schieramento e dalla incessante, spesso futile polemica, di sapore un poco dottrinario, ma anche personalistico, fra maggioranza e minoranza. Noi qui non parliamo dei cosiddetti "poteri forti" che da almeno vent'anni determinano in un senso o nell'altro, così dice, il corso della politica e della vita in Italia. Non ne parliamo poiché non li conosciamo. Un giornalista ha come primo dovere quello di presentare al lettore soltanto ciò che conosce attraverso l'esperienza diretta. Il cattivo giornalista scrive per sentito dire e spara sul mucchio senza uno straccio di prova e senza nemmeno un fondato indizio.

Ma il connubio fra politica e spettacolo è dinanzi agli occhi di tutti noi ed esso non può piacere, non può affatto rallegrare. Anzi, intristisce, irrita, sgomenta. Di questo connubio sono responsabili sia le forze di centrodestra che le forze di centrosinistra, schieramenti nei quali abbondano i parvenu. E il parvenu si scioglie subito di fronte alle telecamere piazzate nelle incantevoli vie di Roma che invitano alla vita dolce e comoda, agli agi, agli agi senza fine. Il parvenu invitato a un talk-show sprofonda in uno stato di travolgente eccitazione e spera che per lui tutto questo duri, duri parecchio. Per sempre, magari... Oggi più di ieri, l'Italia è stretta nella morsa dei parvenu.

In questo quadro, in questo clima, si contano sulle dita di una mano i politici rientrati in tempi recenti di buon grado nell'ombra. Basta fare due nomi: Cesare Salvi e Gavino Angius. Due di sinistra. E' così.