Visti da New York

Un valore che fa bene all’Italia

di Stefano Vaccara

 

Nel cortocircuito delle questioni che assillano la nostra Italia, su come far ripartire la crescita del Paese, come distribuirne le risorse e arrestarne l'impoverimento, sulla giustizia, sull'immigrazione, sulla sempre più spietata criminalità organizzata, sulla libertà d'informazione,  innestare in un Parlamento esausto da polemiche così viscerali altre discussioni apparentemente dal valore simbolico, potrebbe sembrare da novelli della politica idealisti e irresponsabili.  Ma è tornando a certi valori che si può tentare di far ripartire la dialettica democratica, in una nazione che sembra aver smarrito ogni coesione necessaria a scongiurarne il declino.

Una notizia che scorgiamo dalle attività di questa settimana del Parlamento italiano, offre l'opportunità di riflettere proprio sull'equilibrio del rapporto tra morale e potere, tra obbedire ad un etica condivisa che dovrebbe spingere sempre una comunità a optare per la decisione moralmente giusta e l'opportunità di poter anche scegliere la scorciatoia della convenienza. Resta ancora necessario per le istituzioni di uno Stato soppesare quanto certe decisioni siano anche moralmente "cosa buona e giusta" per i suoi cittadini invece di optare  per l'immediato vantaggio economico o strategico? Quando certi interessi nazionali nello Stato democratico sembrano non coincidere con la tensione etica della comunità, dovranno essere sempre i primi a vincere sulla seconda? Non è forse questo che distingue una società democratica dalle altre, quando anche lo Stato è tenuto a confrontarsi con gli stessi valori che guidano ogni suo cittadino nelle scelte individuali di ogni giorno?

Lo spunto per queste riflessioni viene dalla vittoria ottenuta da Matteo Mecacci, giovane deputato eletto nelle liste del PD (in quota dei radicali), che è riuscito a far passare nella Commissione Esteri della Camera una risoluzione che esorta il premier Berlusconi - e qualsiasi altro alto esponente del suo governo - a non partecipare alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi che si svolgeranno in Cina ad agosto. La risoluzione presentata da un deputato dell'opposizione è passata grazie alle numerose assenze al momento del voto nelle file della maggioranza.

Durante il recente G8 in Giappone, i leader delle nazioni più ricche hanno cambiato atteggiamento e fatto a gara nel far sapere a Pechino che a quella cerimonia ci saranno. Nei mesi passati, infatti, e dopo aver visto in tv il sangue scorrere per la repressione in Tibet, si era lanciato un monito alla Cina: i paesi democratici non daranno la soddisfazione a Pechino di vedere nelle tribune del suo stadio olimpico i capi di governo eletti da popoli che guardano al rispetto dei diritti umani come imprenscindibile condizione per avere prospere relazioni tra stati.  Ma il primo a indicare di aver preso la decisione di andare era proprio George W. Bush, che così lanciava il messaggio "la realpolitik vince sempre, stupid!" rinnegando il suo discorso d'inaugurazione di secondo mandato. Anche Sarkozy, presidente di una Francia che su certe questioni secoli fa illudeva di voler guidare il mondo, ha abbassato la testa al "senso degli affari". Rassegnato appariva il sempre più grigio premier britannico Brown.

Invece spiccava come esempio di coerenza il tenace "no" alla presenza della cancelliera tedesca Merkel, che così resta la leader occidentale più vicina al segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon che infatti non andrà alla cerimonia.

Il premier italiano Berlusconi, proprio durante il G8, ha fatto capire che parteciperà. Lo ha detto col solito sorriso e senza ulteriori spiegazioni. Chi ama ritenersi il più grande amico occidentale della Russia di Putin anche quando questa polverizzava i villaggi ceceni, non dovrebbe aver problemi ad inginocchiarsi davanti al gigante cinese.

Il messaggio lanciato dal Parlamento grazie all'Onorevole Mecacci (un esordiente alla Camera ma del quale sulla battaglia per i diritti umani si conoscevano i meriti raggiunti già al Palazzo di Vetro essendo stato uno dei maggiori architetti della storica risoluzione sulla pena di morte dell'anno scorso), dovrebbe essere ascoltato dal governo perché un paese democratico, anche se tra le difficoltà in cui si dibatte l'Italia, può trovare la forza necessaria a qualunque sfida proprio quando i suoi cittadini si ritrovano in sintonia con le istituzioni. Un'azione presa per il rispetto dei diritti umani nel mondo non è una questione di coraggio, ma di coerenza verso ciò che proprio in Italia appare oggi più debole: il riconoscimento di valori condivisi tra i suoi cittadini.  Il rispetto dei diritti umani è un valore ancora riconosciuto dagli italiani?  Berlusconi, come invece ha ben interpretato la tedesca Merkel, dovrebbe prestare più attenzione a quel sentimento, farebbe più forte l'Italia anche per altre urgenti sfide.