ARTE/ INTERVISTA/ Scarafaggi argentati
Incontriamo l'artista puglisese Angelo Filomeno in una sartoria teatrale di Chelsea specializzata nella creazione di costumi per Broadway. Carrelli Costumes è infatti il luogo dove tutto è cominciato per Angelo nel '92, anno del suo trasferimento nella Grande Mela. È proprio in questa sartoria che l'artista, dopo aver abbandonato la sua carriera come costumista teatrale, continua a dar vita alle sue magnifiche "ossessioni" artistiche manipolando sete iridescenti, cristalli, fili d'oro e d'argento strass e tessuti preziosi. Con orgoglio ci mostra la sua fedele "compagna di lavoro" custodita gelosamente in un angolo dello studio in mezzo a tessuti preziosi, costumi e manichini: una comunissima macchina da cucire Singer. Con questa macchina da anni "disegna" in modo calligrafico soggetti tratti da un immaginario simbolico-barocco ricco di insetti, dettagli anatomici, zampe di gallo, farfalle e scarafaggi. Morte e Vita, seduzione e dolore da sempre "ricamano" la produzione dell' artista che ci racconta di aver imparato a cucire all'età di 7 anni grazie agli insegnamenti materni. Mentre parliamo con lui, ci rendiamo conto che Angelo è un visionario, ricco di visioni retaggio di un'infanzia segnata dall'improvvisa scomparsa dei genitori e della tradizione antica della sua terra. Appese alle pareti dello studio/sartoria si stagliano i suoi scheletri e le sue inquietanti creature gotiche ricamate su preziose tele di shantung blu notte che sembrano rivolgersi allo spettatore come un memento mori costantemente negato dalla preziosità del supporto su cui sono ricamati. Indimenticabili le sue visionarie creazioni per la Biennale di Venezia del 2007, i suoi lavori per la mostra Senso Unico dedicata all'arte emergente italiana lo scorso autunno al PS 1 MoMA e le sue enormi tele per la personale alla Lelong Gallery di Chelsea (la galleria che lo rappresenta qui a New York e a Parigi) lo scorso Marzo dove i suoi lavori sono stati venduti a prezzi da capogiro.
Qual'è stato il tuo viaggio... Come sei approdato a New York City?
«È stato un lungo viaggio che parte da un piccolo paese della Puglia: Ostuni. Dopo aver studiato all'Accademia di Belle Arti di Lecce, mi sono trasferito a Milano, dove ho lavorato nel mondo della moda come costumista per molti anni. Poi nel '92 ho deciso di trasferirmi a New York, dove ho cominciato a lavorare presso la sartoria "Carrelli Costumes" in Chelsea, che realizza costumi per Broadway ed è ancora il mio studio attuale. Qui all'improvviso ho sentito rinascere la mia vocazione verso l'arte e ho cominciato la mia carriera artistica. Stavo realizzando una sciarpa per un amico con la mia macchina da cucire... ed ho capito istantaneamente che tutto era lì - il mio intero mondo era lì -, e che le possibilità da esplorare erano infinite. Così il giorno dopo ho realizzato un pezzo enorme ed ho trovato la formula per conciliare la mia identità di sarto con quello di artista... e non ho più smesso. Avevo 38 anni, non 26»!
Raccontaci la tua storia. Quando hai cominciato a cucire?
«Mia madre era una sarta e all'età di sette anni mi ha insegnato a cucire su una mitica macchina Singer, che ancora costituisce il mio strumento di lavoro privilegiato.
Quando ero piccolo la mia famiglia non navigava certo nella ricchezza; mio padre era fabbro e maniscalco, mia madre sarta e contadina ed io lavoravo nella bottega di un sarto vicino casa... La casa era stata costruita direttamente da mio padre; avevamo due stanzette senza il bagno ed io e mia sorella dormivamo nella saletta dove si mangiava. Mia madre spesso uccideva il pollame e lo appendeva proprio nella stessa stanza dove io e mia sorella dormivamo. Ricordo nitidamente il sangue che grondava da questi animali morti e non è un caso che in molte delle mie opere sia presente il tema di animali associati al sangue che cola».
Quanto la tua esperienza personale ha influenzato il tuo immaginario simbolico-barocco e la tua iconografia ricca di riferimenti a tematiche legate alla morte ed alla decadenza?
«Senza dubbio in ciò che realizzo ci sono moltissimi riferimenti alla mia esperienza personale: il tema della morte, i teschi e gli scheletri sono retaggi della perdita dei miei genitori, avvenuta quando ero molto giovane. Questo ha influenzato moltissimo le scelte dei miei soggetti iconografici e delle tematiche nei miei lavori. Anche gli animali, gli insetti ed i dettagli anatomici derivano dall'osservazione della ricchissima natura del paesaggio pugliese».
Chi sono i tuoi maestri? A chi o a cosa ti ispiri?
«Dürer, Leonardo e tutti i maestri di incisione del Sedicesimo e del Diciassettesimo secolo. Quello che faccio con la mia macchina da cucire è intarsiare il filo nel tessuto, rompendo il tessuto proprio come un incisore incide un lastra di metallo. Il processo è diverso, ma il risultato finale e' molto simile: una superficie con un rilievo, dove il mio rilievo è un ricamo.
E poi citerei anche la scultrice Louise Bourgeios (attualmente in mostra al Guggenheim con una splendida retrospettiva a lei dedicata). In termini di immaginario - gli insetti, la morte - e di materiali che utilizziamo abbiamo molto in comune; anche lei usa spesso tessuti per le sue creazioni... mi piacerebbe molto collaborare in futuro con lei in qualche progetto.
Infine anche Pasolini e Baudelaire compaiono nei miei lavori; non letteralmente, ma si può percepire la loro influenza».
Ti consideri più artigiano o artista?
«Mi considero senz'altro un artista. Utilizzo l'artigianato e la mia abilità manuale per creare qualcosa che vuole trascendere l'artigianato stesso per diventare Arte».
Descrivici il tuo processo creativo. Qual'è il rapporto con i materiali preziosi che utilizzi per le tue opere come la seta, i cristalli, i gioielli e le piume?
«Lavoro con amore e passione e nelle mie creazioni voglio che sia percepito ogni dettaglio. Qualche volta traggo ispirazione semplicemente dal colore del tessuto o dalla trama (dalla texture); altre volte ho prima una visione, un'idea e poi compro il tessuto. Il tempo che impiego dipende dalla misura... per un pezzo piccolo posso impiegare una settimana, per un pezzo grande anche due o tre. Come retaggio della mia esperienza nel settore della moda nei miei lavori sono ancora presenti il glitter ed il glamour, materiali preziosi che amo con intensità. Amo mettere in contrasto la preziosità dei materiali con i soggetti, spesso molto crudi. Attraverso il mio processo creativo voglio aprire delle ferite che possono essere anche guarite, ma che poi possono riaprirsi di nuovo. Voglio far sì che le persone pensino alla natura della condizione umana... alla solitudine, alla paura, alla sofferenza».
I tuoi titoli sono molto evocativi e poetici... come li scegli?
«Alcuni sono tratti da poesie, altri inventati, presi un po' qui e un po' lì...alcuni sono titoli di canzoni; altri ancora li invento di sana pianta. Per me i titoli sono molto importanti; penso che ogni immagine che creo debba riferirsi a qualcosa. Qualche volta utilizzo solo una parola, purché abbia molti significati. Ad esempio mi piace la parola lancia, abisso o parassita, oppure carrion (da Baudelaire)».
Cosa avresti fatto se non fossi stato un artista?
«Il criminologo... mi piace indagare il lato oscuro della natura umana».
Nelle tue creazioni c'è un' attenzione ossessiva al dettaglio, calligrafica direi...
«Sì per me ricamare è come una sorta di mantra, di rituale spirituale. Dipende tutto dallo stato d'animo in cui mi trovo in quel particolare giorno. In ogni dettaglio puoi scorgere una differenza su come le stelle erano allineate nel cielo quel giorno».





