SPECIALE/PERSONAGGI/ C’era una volta in Sicilia

di Valerio Barghini

C;era una volta un signore che rispondeva al nome di Benedetto Militana e che di mestiere faceva il fabbro. Questo signore conduceva una vita semplice ma tranquilla e felice con la moglie e i suoi tre figli a San Fratello, paese del Comprensorio del Parco dei Nebrodi, quindici chilometri da Sant'Agata di Militello, a un tiro di schioppo da uno dei punti in cui la provincia di Messina cede il passo a quelle di Catania ed Enna a Sud e a quella di Palermo a Ovest. Paese che diede i natali agli antenati della famiglia Craxi: il nonno del grande statista Bettino, insegnante di italiano, lasciò San Fratello per trasferirsi a Messina, dove ottenne una cattedra e dove morì sotto le macerie nel tragico terremoto che distrusse la città dello Stretto quel terribile mattino del 27 dicembre 1908. Paese, infine, celebre per l'allevamento di cavalli allo stato brado.

Il signor Benedetto Militana, si diceva, aveva tre figli e conduceva una vita tranquilla in questa cittadina appena ricostruita dopo essere stata rasa al suolo per metà, nel 1922, da una frana. Tutto sembrava andare avanti per il meglio. Siamo, però, nel 1936 quando il sogno della famigliola semplice ma felice si infrange a causa della prematura scomparsa, a soli 42 anni, del capofamiglia, il signor Benedetto appunto. Sono anni duri e il pane bisogna andare a guadagnarselo con il sudore della fronte. Ed è così che la moglie del signor Benedetto, suo malgrado, chiude il laboratorio di fabbro ed è costretta a mandare i suoi tre figli di 5, 7 e 10 anni a imparare il mestiere, partendo dalla gavetta. Passano dieci anni trascorsi i quali i tre fratelli Militana diventano maestri nell'arte del ferro. Decidono così (siamo nell'immediato secondo dopoguerra) di riaprire il laboratorio paterno, che nel frattempo fortunatamente non era stato ceduto dalla madre, la cui attività è stata portata avanti da due dei tre Militana, dopo che il più piccolo dei tre fratelli aveva deciso di emigrare al Nord.

Uno degli altri due, colui il quale all'epoca aveva 7 anni, di nome fa Salvatore e ancora oggi, con 79 primavere sulle spalle, è un sanfratellano doc che non ha voluto sradicarsi dalla propria terra che ama tanto. Negli anni ha continuato a fare il fabbro, barcamenandosi tra ringhiere, ferri di cavallo e (in tempi più recenti) serrande di garage. Ma al signor Salvatore è sempre rimasta una passione, un cruccio che, a causa del troppo lavoro di fabbro, ha potuto coltivare solo in parte: il coltello sanfratellano a serramanico. A fare i coltelli, il signore Salvatore, lo aveva imparato quando "andava a mastro". Ma non poteva certo pensare di campare facendo solo quello. Così, a malincuore, ha dovuto accantonare questa sua passione relegandola, suo malgrado, a ruolo di passatempo. Una volta andato in pensione, però, il tempo c'era, eccome. Così ecco il signor Salvatore dedicarsi totalmente alla produzione del coltello sanfratellano a serramanico, produzione che continua tutt'oggi, su ordinazione, con fattura tutta artigianale. E la richiesta è davvero tanta, fosse anche solo per collezione.

Ma la mente non può non andare al fatto che il coltello a serramanico è la tipica arma del mafioso, di quello che incontri per strada e ti rivolge uno sguardo truce. Viene da chiedersi se qualche brutto ceffo si sia mai rivolto al signor Salvatore per farsi fare un coltello da destinare non certo al bestiame o da collezionare. Il "mago dei coltelli" di San Fratello sorride sornione e ammicca. Chissà...

Il signor Salvatore ci accoglie nel suo laboratorio di San Fratello, quello stesso laboratorio ereditato dal padre. E subito si respira un'atmosfera di altri tempi: un forno alimentato a legna che produce il fuoco per rifare le lame, un'incudine che deve il suo fascino proprio al suo colore anticato, una ruota in pietra per arrotare le lame, una pietra molto particolare, che non si può reperire ovunque, perché "non tutte le pietre sono idonee per molare". E tutt'intorno degli strani oggetti appuntiti: sono le lame che il signor Salvatore utilizzerà per i coltelli.

Coltelli unici, quelli prodotti dal signor Militana. La lama, infatti, è tutta in acciaio inossidabile, ricavata dalle balestre delle auto di piccola cilindrata (126, 127, 500) o dei trattori, perché il materiale è più facile da lavorare. E il manico? Per quello ci pensano gli amici macellai. Ma come, che c'entra il macellaio con un manico di coltello? Eppure nel laboratorio non c'è traccia di mattanza. Ti giri e rigiri nello stanzino finché, in un angolo, in prossimità del forno, noti delle corna. Sì, proprio delle corna: di mucca, per l'esattezza. Ecco svelato l'arcano. Gli amici macellai, dopo aver portato le vacche al macello, consegnano al signor Salvatore le corna degli animali. Il signor Salvatore le lascia essiccare o a forno o con il calore del sole (chiaramente, in questo secondo caso, i tempi di essicazione saranno più lunghi, "anche tre o quattro mesi") dopodiché, con un seghetto particolare, le taglia a striscioline sottili per ricavarne, appunto, il manico del coltello. Il lavoro successivo consiste nell'assemblare le varie componenti, lama, manico e molla; magari nell'apportare qualche abbellimento estetico, aggiungendo per esempio delle parti in rame. E il gioco è fatto. Un "gioco" che dura, per ogni coltello, almeno una giorno, lavorando alacremente, certo.

Salvatore Militana è rimasto l'unico a fare coltelli a serramanico del genere. C'erano altri due suoi amici, a San Fratello, che purtroppo ora non ci sono più. E nessuno dei suoi tre figli ha, finora, deciso di imparare a costruire il coltello sanfratellano. "Per loro un futuro diverso", ha sempre detto il signor Salvatore. Certamente. Ma un futuro con anche questi piccoli gioiellini d'artigianato d'altri tempi, coltelli che nessuno sa più produrre, fabbricati usando tecniche e segreti di un tempo, vero patrimonio storico di un'arte, è un futuro nobilissimo.