A modo mio

As We Were

di Luigi Troiani

Nel luglio 1978, l'isola di Fidel ospitò l'XI Festival mondiale della gioventù e degli studenti, un incontro della gioventù comunista organizzata dalla Fmjd (Federazione mondiale della gioventù democratica). Il Festival, nel segno della politica entrista e frontista che ancora ispirava il movimento comunista mondiale, era aperto ad altre forze, in particolare ai Comitati nazionali della gioventù dei paesi occidentali nei quali erano rappresentati partiti e movimenti della più diversa estrazione politica oltre a organizzazioni del sociale e Ngo.

Era un periodo di forte impegno nel dialogo est ovest. La guerra vietnamita si era chiusa nel 1975 e in quello stesso anno ad Helsinki era stato sottoscritto dalle superpotenze il documento finale della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa. La società, la cultura, l'economia dei paesi sottoposti al potere dell'Urss, si erano venute aprendo ad alcune forme di dialogo con l'Occidente, utili per operazioni di spionaggio e propaganda, ma anche ricerca di uscita dai disastri del socialismo reale. Nonostante le veementi proteste occidentali, non aveva potuto guastare l'atmosfera neppure il colpo di stato marxista che, tre mesi prima, il 28 aprile, aveva fatto sussultare Kabul in Afghanistan, con l'esplicito sostegno di Mosca. Il dialogo tra avversari prendeva piede anche fuori dal contesto europeo. In Cina, nell'anno del festival, andava al potere Deng Xiaoping. A settembre Anwar Sadat e Menahem Begin avrebbero firmato gli accordi di Camp David per il trattato di pace israelo-egiziano.

Non c'è da stupirsi che in quel clima, più di 18 mila ragazze e ragazzi da ben 140 paesi accorressero a vedere Cuba e ascoltare Fidel Castro. C'era il desiderio genuino di vivere da protagonisti la storia (lo slogan del festival diceva: "Per la solidarietà anti-imperialista, la pace e l'amicizia"), ma anche la curiosità di conoscere un paese sconosciuto e la sua rivoluzione in marcia, gustare nelle boteguitas di La Habana i cocktail narrati da Hemingway, frequentare muchachas y muchachos locali. Anche dall'Italia si partì in molti. Alla testa dei giovani comunisti c'era Massimo D'Alema, allora come oggi furbo e talentuoso; Boselli stava prendendo le redini della federazione giovanile socialista dopo il congresso di Bologna del 1977; Gigi Boba era al vertice delle Acli giovanili; Giuliana Sgrena militava nel Pdup. Io partecipai al festival come Comitato giovanile per le relazioni internazionali, Cigri. Politicizzati com'eravamo, sentivamo dentro lo choc dei fatti di marzo-maggio culminati con l'assassinio di Aldo Moro, però in noi prevaleva il desiderio di protagonismo e partecipazione internazionale.

Il gruppo di ragazzi italiani guidati da me incappò in un imprevisto, e arrivò qualche giorno dopo l'apertura. Da Berlino est eravamo partiti in tempo con uno stanco aereo russo dell'Interflug, la compagnia di bandiera della Germania orientale, che però dopo il rifornimento e la sosta tecnica di Gander, pensò bene di perdere un motore mentre rullava al massimo nel decollo su Cuba. Restammo bloccati ad attendere aiuto da Berlino. I comunisti e i rivoluzionari del gruppo soffrirono perché persero il torrentizio discorso d'inaugurazione di Fidel. Io mi godetti il diversivo, tra il museo a Italo Balbo dello scalo di Gander, e il fresco incontaminato che circondava l'aeroporto.

Con la fine dell'Urss, la formula dei Festival trovò il declino, fermandosi alla 16^ edizione (2005, Caracas). Un peccato, per certi versi: i giovani del mondo globalizzato saprebbero tirarne fuori un'eccellente occasione di comunicazione interculturale.