Il rimpatriato

Cera una volta una legge urgentssima

di Franco Pantarelli

Ciò che in Italia è normale, negli altri Paesi è inconcepibile; ciò che in Italia è inconcepibile, negli altri Paesi è normale: è un'assioma che perseguita da sempre l'Amato Stivale, che da fuori è visto come un luogo a volte pittoresco, a volte irritante, comunque poco attendibile. Ma le cose accadute in questi ultimi giorni appaiono troppo anche per quella - meritatissima - reputazione. Per settimane il dibattito generale si è focalizzato sulle intercettazioni telefoniche, cioè un metodo che la magistratura usa per ascoltare le conversazioni dei criminali indagati - come si fa in tutto il mondo - nella speranza di carpire qualche prova del loro crimine. Il problema è che ascoltando le conversazioni telefoniche si scoprono, oltre alle cose riguardanti l'inchiesta in corso, anche aspetti che con l'inchiesta non c'entrano ma che risultano molto "interessanti", a volte perché mettono in luce l'esistenza di un ulteriore reato, a volte perché svelano cose che, pur non rientrando nei crimini puniti dal codice penale, forniscono indicazioni sulla personalità degli indagati, che quasi mai risulta di eccelsa qualità. E se l'indagato è un politico che - come si dice pomposamente - "riveste un incarico altamente istituzionale", ciò crea seri problemi sia a lui che a chi lo ha eletto.

Si è posto dunque il problema di come separare le conversazioni registrate che riguardano i reati (e che nel momento in cui diventano parte del capo d'imputazione sono pubbliche e quindi passibili di uscire sui giornali) da quelle che mostrano "soltanto" l'eventuale scarsa qualità umana dell'indagato, ed era appunto di questo che da settimane si discuteva, alquanto animatamente perché la distanza fra Silvio Berlusconi e l'opposizione era decisamente grande e perché lui aveva deciso di arrivare a quel provvedimento non con una legge da discutere con calma in Parlamento ma con un decreto legge, cioè senza discutere, come si fa con i temi di "particolare urgenza".

Ma non era così. Quella che sembrava una differenza di valutazioni (Berlusconi voleva trasferire la responsabilità dell'eventuale pubblicazione dai direttori dei giornali ai loro editori, l'opposizione non era d'accordo; Berlusconi voleva limitare la possibilità di intercettare i telefoni solo in caso di potenziali reati molto gravi, l'opposizione voleva salvaguardare questo strumento nelle mani dei magistrati) si è invece rivelata un gioco di ricatti di ben altra portata. Si è infatti saputo che fra le conversazioni registrate ce n'erano alcune che si riferivano al "modo" in cui certe signore erano entrate nel nuovo governo Berlusconi, e cioè - per dirla brutalmente - passando nel suo letto. La prova certa che in quelle conversazioni ci sia la prova di ciò non esiste perché nessuno, finora, le ha rese pubbliche, ma uno del partito dell'ex magistrato Antonio Di Pietro ha fatto un'allusione difficilmente equivocabile, "Almeno Bill Clinton Monica Lewinsky non l'ha mica nominata ministro", mentre un altro bene informato ha citato il famoso passo delle memorie di Marilyn Monroe: "All'inizio molti dei miei provini li finivo in ginocchio, e non era per pregare". Insomma l'urgenza che aveva indotto Berlusconi a decidere per il decreto legge appariva dettata dalla necessità di bloccare la pubblicazione di "quelle" conversazioni telefoniche.

Il dibattito minacciava di trasferirsi su un altro piano - se fosse cioè legittimo rendere pubbliche delle conversazioni che pur non implicando un reato specifico mettevano comunque a nudo un criterio di scelta dei ministri che certo aveva una grande rilevanza pubblica - ma quel trasferimento è stato evitato all'ultimo momento con il buon, vecchio, italianissimo "tu dai una cosa a me, io do una cosa a te": Berlusconi ha annullato il decreto e i nastri con le conversazioni in cui si parlava dei "provini" ministeriali sono state destinate al macero.