LIBRI/ INTERVISTA CON IL FOTOGRAFO SARDO/ I magici scatti di Sebastiano Piras
Uscirà a luglio con diffusione mondiale "A Pocketful of Contemporary Artists" (Images Publishing, US$25), il libro di ritratti di Sebastian Piras che contiene 120 illustrazioni a colori su 288 pagine in formato 160mm x 150mm, un'intervista con Judd Tully e una prefazione di David A. Ross. Il soggetto dello scatto è l'artista nel suo studio, nel suo privato e spesso inaccessibile ambiente lavorativo, che Piras è riuscito a penetrare producendo ritratti sensazionali. Nomi d'eccellenza e rispettive opera d'arte finalmente ricevono un volto producendo, come ha scritto David A. Ross, "vincitori su entrambi i lati della macchina fotografica".
Oggi 7 ha incontrato l'affascinante Sebastian che dal 1985 vive e lavora a New York. Appena diplomatosi in arte, Piras si muove alla volta di Londra, Parigi, Berlino dalla Sardegna. Arriva a New York con l'intento di rimanervi un paio di mesi e poi ci è rimasto fino ad oggi lavorando come fotografo nel mondo del cinema, ambiente in cui vuole continuare a lavorare in futuro sia come fotografo che regista. "New York è un pò strana, gli anni volano, è la città dove si assiste ad un continuo e immediato riciclaggio di gente. Tutte le città in cui ho vissuto mi hanno lasciato un gran segno ma New York è il luogo in cui è nato questo progetto, il crocevia del mondo"- precisa.
Quando e come inizia il progetto del libro di ritratti?
" Il progetto comincia nella metà degli anni '80 quasi casualmente perchè Robert Mapplethorpe, conosciuto a Londra, mi aveva proposto un servizio fotografico per Interview, il suo magazine. Alla sua morte però il magazine ha cambiato direzione e allora ho cominciato a pensare a quelle foto per un progetto personale. Avevo interesse sin da giovane a fotografare il gruppo della pop art, ma per altri scatti il caso e persone speciali mi hanno aiutato. Importante per me è stato il gallerista Leo Castelli, che mi ha consentito di raggiungere artisti molto riservati, come Jasper Johns."
È risaputo che i grandi artisti sono spesso riservati e gelosi del proprio spazio, poco inclini ad un occhio esterno che li riprende nella loro privata attività creativa, diffidenti nei confronti di fotografi. Come hai superato questa difficoltà?
"Mi definisco un artista d'ambiente. Senza l'intervento delle parole, sia io che l'artista sappiamo entrambi ciò che vogliamo. Alla fine, io voglio fotografarlo in uno spazio e lui desidera essere fotografato in un modo. Jeff Koons (mi indica la foto), ad esempio, non lo avrei mai fotografato come lui stesso invece ha voluto che io facessi assumendo quella posa. Si tratta di un rapporto bidirezionale. Il mio approccio è istintivo e le mie foto riflettono l'energia scaturita dal primo impatto, piuttosto che un calcolo di posizionamento. Sono espressione dell'alchimia che si scatena non appena entro in contatto con la persona."
Esattamente dopo quanto tempo scatta, se scatta, l'alchimia?
L'alchimia scatta quasi immediatamente. Entro nello studio e si inizia a conversare. Mentre conversiamo fotografo. Quando non c'è assoluta intesa, ed è capitato, cerco di raggiungere il mio unico scopo, ovvero l'immagine e allora cerco punti di riferimenti (mentre lo dice mi mostra una bellissima immagine scattata in assenza di alchimia!). Un esempio è quando sono andato da Marina Abramovich: non c'era nulla che mi desse ispirazione. È solo quando lei ha cominciato a parlare di Orgosolo, il paese dei miei genitori, che abbiamo trovato un punto di contatto spaziale, altrimenti assente in quello sterile ufficio. L'alchimia dunque cambia conversando.
Quale macchina fotografica hai adoperato?
Inizialmente scattavo con una macchina a medio formato con rullino a 12 foto. Usavo tra i due e i tre rullini. Il lusso di avere più foto sta nella maggiore scelta ma questo complica ulteriormente le cose, perchè poi scegliere diventa difficile. Ultimamente sono passato alla macchina digitale. Uso sempre lo stesso approccio ma mezzi diversi.





