MUSICA/ Simona Premazzi, Il jazz al femminile

di Michelina Zambella

Gente, lasciate che più donne entrino nelle vostre band". È il messaggio tutto al femminile con cui si apre il sitoweb della pianista e compositrice italiana Simona Premazzi (http://www.simonapremazzi.com/), che lunedì 16 giugno si è esibita allo Smalls Jazz Club.

Luci soffuse, muri di pietra, tende ed un lungo bancone che sapeva di vissuto. È li che Simona (nella foto) si è lasciata andare, al suono delle sue composizioni, assieme al suo trio composto da Jason Brown, batterista, e Joseph Lepore, bassista italo-americano.

Dall'abito nero gessato risaltano due occhioni celesti e gli orecchini verdi. "Sono fagioli, quelli degli sciamani messicani". Scaramantica, Simona è minuta come una bambina, con l'esperienza di un'adulta.

Nata e cresciuta a Busto Arsizio, nel Varesotto, ha cominciato all'età di nove anni a studiare musica classica, entrando poi al conservatorio a Gallarate. Si è diplomata ad Udine nel 1996, ma solo da grande si avvicina allo jazz. Nel 1998 comincia al CPM (Milano) con Massimo Colombo e Franco D`Andrea e contemporaneamente alla Civica Accademia di Jazz (Milano), diretta da Enrico Intra e Franco Cerri. Si perfeziona con workshops estivi di Jazz a Nuoro (1998), Siena (Siena Jazz, 2000 e 2001), Roma (W Il Jazz, 2002), Perugia (Umbria Jazz, 2002).

Nel 2004 approda a New York, dove ha studiato con diversi pianisti. Vive impartendo lezioni private, suonando in giro per la città e soprattutto componendo. Scelta difficile ma coraggiosa per una giovane donna. Ma, come lei stessa ci spiega, scelta doverosa dal momento che a New York arriva il meglio della musica jazz: "Artisti professionisti, che vivono di e per la musica, trovano qui il loro essere, la loro essenza".

Ciò significa maggiore competizione.

"Volendo parlare di competizione - replica - quella che ritrovi qui è sana, propositiva. Ti permette di crescere professionalmente", dice con occhi sognanti e giosiosi, e le braccia penzoloni che ansiosamente apre e chiude in attesa di cominciare a suonare. Una volta giù, in quello scantinato newyorkese degno di un grande jazz-film del passato, Simona dà il via allo spettacolo.

Le sue mani, sudanti e esili, diventano tutt'uno con il piano, mentre ad occhi chiusi esegue i brani, molti dei quali tratti dal suo ultimo CD, «Looking for an exit»: "Junkie Paper Dragon", "Nobody else but me", "Looking for an exit", "Prayer for Robert", "Blue moon", "Brazil", "Billie's Bounce", "Moving is the thing", "Jardin le sonn", "The worlds not said", "I'll remember April", "D.D.I.B".

Tanti testi a confermare la bravura e la voglia di fare che, di certo, non fermeranno la giovane pianista, per ora stabilitasi a New York. E in futuro?

"Beh, quello non si sa. Continuerò a comporre, a New York, perché almeno per ora la città offre il meglio a noi donne jazziste".