Il rimpatriato

L’alleato più bravo degli altri

Franco Pantarelli

Per uno come il sottoscritto, con una metà del cuore in Italia e l'altra metà negli Stati Uniti, questi sono giorni un po' duri. Il grado di giustizia più alto, cioè la Corte di Cassazione, ha deciso che Carlo Lozano, il soldato che nel 2005 uccise a Baghdad Nicola Calipari, l'agente segreto italiano che stava riportando a casa Giuliana Sgrena, la giornalista del Manifesto che era stata rapita, non deve essere processato in Italia. Non c'è ancora la motivazione giuridica di quella decisione (verrà resa nota tra qualche settimana), ma tutti conoscono la motivazione di opportunità politica, e cioè che siccome gli Stati Uniti non avrebbero mai accettato l'estradizione di Lozano, è meglio chiudere la faccenda qui che andare verso un "confronto" fra Roma e Washington, che oltre tutto farebbe a cazzotti con i sussiegosi "Dear Silvio" e "Caro George" sfoggiati da Bush e Berlusconi proprio pochi giorni fa. Il concetto di amicizia e alleanza, insomma, rimane quello di sempre: l'amico alleato "principale" detta le norme e l'amico alleato "subordinato" si adegua. La fattoria degli animali di Orwell, quella in cui "tutti sono uguali ma alcuni più uguali degli altri", è sempre in auge.

Il cuore di cui parlavo prima è spaccato: un ventricolo e un'orecchietta dicono che il soldato americano era a Baghdad a rischiare la vita, che la guerra è guerra, che delle sue infinite brutture fanno parte anche le morti per "fuoco amico" e che non sarebbe giusto prendersela con un giovanotto che non è sicuro sapesse bene ciò che stava facendo. L'altro ventricolo e orecchietta invece dicono che quella notte a Baghdad sono avvenute cose che a tutt'oggi non sono state spiegate fino in fondo, che da parte del governo americano c'è stata un'evidente volontà di "coprire" Lozano non perché considerato innocente ma semplicemente per principio e che la giustizia italiana avrebbe dovuto svolgere il suo lavoro senza tenere conto di nessuna implicazione, chiamiamola così, "laterale", senza contare che la guerra in Iraq è una delle più sciagurate in cui gli Stati Uniti si siano mai imbarcati, vuoi dal punto di vista delle motivazioni (un cumulo di bugie che ormai sono state ampiamente smascherate), vuoi dal punto di vista della conduzione miope, superficiale, incompetente.

In questo caso, dunque, il cuore è estremamente presente, con le sue lacerazioni, ma per farsi un'idea di questa brutta faccenda non è di nessuna utilità, né lo è l'esperienza del rapporto più che cinquantennale fra Stati Uniti e Italia con i suoi appassionati appelli al realismo. Ma un'idea tutta italiana, di questa storia, la possiamo comunque avere e riguarda Gianfranco Fini, che all'epoca dei fatti era ministro degli Esteri e che adesso è presidente della Camera dei deputati. Sarà un chiodo fisso, il mio, ma ogni volta che questo personaggio per qualche ragione va "in prima pagina", come si dice, riesce sempre ad apparire il re degli smidollati. Quando Calipari fu ucciso io ero ancora negli Stati Uniti ed ero impegnato a "coprire" la storia dal versante americano. E naturalmente la visita che fece Fini a Washington era apparsa a tutti il momento cruciale di quella crisi, anche perché lui aveva lasciato a Roma l'eco di dichiarazioni, pubbliche e baldanzose, nelle quali il termine "dignità nazionale" (intendendo quella italiana, secondo lui calpestata dalla ricostruzione che gli americani avevano fatto della faccenda) era stato da lui pronunciato dozzine di volte. Tutti si aspettavano un fuoco di mortaretti, ma bastarono pochi minuti trascorsi da Fini assieme a Dick Cheney e altri pochi minuti trascorsi con Condoleezza Rice perché tutta la sua dignità si sciogliesse come la classica neve al sole. "I nostri rapporti non sono mai stati migliori", disse Fini sorridente e felice come se fosse venuto a concordare - che so - la parata del Columbus Day. Per carità, l'imponente mole del dipartimento di Stato a Foggy Bottom, unita alla consapevolezza che da quell'edificio si "governa il mondo", può intimorire chiunque e il buon Don Abbondio del coraggio che "se uno non ce l'ha non se lo può dare" è pur sempre parte della nostra cultura. Ma almeno Don Abbondio non faceva lo spaccone.