A modo mio

I nostri bravi ragazzi

di Luigi Troiani

Fa piacere leggere che le nostre forze armate, in missione su vari teatri di crisi, riscuotano giudizi lusinghieri, da parte di alleati e popolazioni interessate. L'Espresso, settimanale non proprio filogovernativo, ha appena narrato la storia di un capo villaggio della valle di Surobi, in Afghanistan, in cammino per ore "nella polvere e nel fango, attraversando torrenti e aride valli" per ringraziare personalmente il comandante italiano della piccola base da dove, lo scorso inverno, erano partiti muli carichi di soccorsi per civili assiderati a -30°.

Non si vuole qui rilanciare la favola del buon soldato italiano, destituita da ogni fondamento storiografico, perché purtroppo la guerra è tale per tutti e di tutti guasta l'anima, specie quando si hanno pregiudizi razziali o religiosi. Sembra interessante mostrare come le forze armate stiano cercando, da quando negli anni '50 l'Italia fu riammessa nella famiglia delle nazioni civili, di realizzare con onore i mandati ricevuti nei teatri di crisi internazionali

Tornando alla cronaca del settimanale, da dicembre, quando si sono impiantati con poche centinaia di effettivi, gli italiani hanno avviato in Afghanistan sessantuno progetti di cooperazione, hanno contattato cinquantasei villaggi, costruito cinquantacinque pozzi, due cliniche e due ambulatori veterinari, una biblioteca. Fatto ancora più rilevante, perché la dice lunga sul rapporto fiduciario creato dal contingente italiano con la popolazione della zona, da molti villaggi sono portate al comando italiano le piante di papavero estirpate volontariamente per l'incenerimento. E' stata superata quota 2 tonnellate, un segnale significativo nella lotta alla produzione di oppiacei. Anche le segnalazioni di depositi clandestini di armi, informa il settimanale, si vanno infittendo.

Non tutti i paesi, impegnati in missioni di pace, possono rivendicare bilanci tanto lusinghieri per i loro contingenti. E' che le nostre Forze armate stanno valorizzando un'esperienza di peace keeping e peace enforcement che viene da lontano, e consente di stabilire con élite e popolazioni dei luoghi dove interveniamo, un rapporto di fiducia che va oltre l'altalena delle stagioni politiche. Con il limite negativo dei periodi coloniale e fascista, può anzi individuarsi una sorta di filo rosso che collega con una certa coerenza interventi di pacificazione e sostegno allo sviluppo sui diversi teatri dove siamo stati chiamati dalla comunità internazionale a compiere il nostro dovere, per un totale di 188 missioni.

Il più antico di questi interventi risale al maggio del 1855: nel segno dell'incipiente unità d'Italia, i carabinieri effettuarono servizio di polizia a Balaklava nell'ambito del conflitto turco-russo; un compito che i carabinieri sarebbero stati chiamati a ripetere ad Assab nel 1883, e in tanti altri luoghi nel Novecento e in questo secolo, sino alla missione che dal luglio 2007 li assegna all'addestramento e alla ricostruzione della polizia afgana, tra i 1250 uomini dati dall'Italia alle forze europee schierate come Eupol.

A proposito di partecipazione italiana a interventi europei, il primo impegno serio fu quello che tra il 1896 e il 1906 ci portò a Creta, con Gran Bretagna, Russia e Francia, per sedare gli scontri tra cristiani e musulmani: con i carabinieri, fanti, bersaglieri e l'ottava batteria di montagna. La presenza in teatri lontani non è, come pensano in molti, cosa dei nostri tempi: tra il luglio 1900 e il settembre 1901, nostre navi civili e militari si spinsero in Cina a salvaguardia di stranieri coinvolti nella rivolta dei Boxer, e a protezione delle missioni coloniali.