Libera

La paura di essere abbandonate

di Elisabetta de Dominis

Del loro potere di dare vita, spesso le donne hanno fatto morte. Nel mito Medea si copre di infanticidio, ma questo succede anche nella realtà. Le liceali di Gluocester, che hanno voluto rimanere incinte in gruppo, vanno incontro alla morte della loro femminilità e individualità di donne.

Il problema delle donne è di non riuscire a separare la maternità dalla femminilità. E' un preconcetto che le fa credere forti e onnipotenti, invece le indebolisce e spesso gli distrugge la vita. Perché poi strumentalizzano questo potere nel rapporto con l'uomo, dimostrando la loro vulnerabilità che le porta a una sorta di riconoscimento della propria inferiorità. Come se non esistessero per se stesse, ma per servire a qualcosa: ad assicurare la specie. Per secoli il patriarcato e la Chiesa hanno avvalorato questa debolezza femminile.

Ma cosa hanno in comune Medea e le liceali di Gloucester? La paura dell'abbandono. Medea lo sperimenta, nonostante si sia macchiata di fratricidio e di tradimento verso la patria per conquistare l'amore di Giasone. Le liceali invece, non credendo più nella figura maschile e nella famiglia (che non è in grado di dargli amore, sostentamento e protezione a causa della crisi economica in cui versa la cittadina), hanno preventivamente stipulato un patto di gravidanza per portare avanti insieme l'allevamento dei figli. Il fine dichiarato è: sentirsi amate incondizionatamente da una creatura tutta loro. Un atto di ribellione che vorrebbe essere di autonomia e affermazione, ma non si basa su alcun attuabile e responsabile progetto esistenziale. La maternità come rivolta.

"L'utero è mio e me lo gestisco io", slogan delle donne del '68 (quasi loro nonne), che comunque gli ha fatto prendere coscienza della possibilità di autodeterminarsi e fare a meno del maschio, è purtroppo il rovescio della stessa medaglia. Perché si tratta pur sempre di una reazione a un torto subito: una vendetta.

Questa paura dell'abbandono è la medesima che alberga nei cuori di tante donne che accettano per anni violenze sessuali perpetrate in famiglia. Ma a monte sta la paura di non essere amate. Se mi fa soffrire, vuol dire che mi ama - pensano. Se mi stupra - vuol dire che quello che prova per me è talmente forte che va al di là di tutto. E subiscono passivamente. L'amore, disgraziatamente, si è presentato loro sotto questa forma, non ne conoscono un'altra, ed è meglio di niente. Il bisogno di protezione è il bisogno del padre, e quando scoprono che l'uomo scelto non è in grado di fare il padre, non sono capaci di staccarsene. Solo di vendicarsi. Lo strumento sono i figli concepiti per lui, non con lui. Perché purtroppo li hanno fatti per lui. Per ottenere amore.

Le femministe del '68 non hanno superato il bisogno di rivalsa e pertanto le loro figlie sono tornate indietro. Oggi manca un movimento culturale femminile che insegni alle donne a staccarsi da questo coinvolgimento emotivo che le conduce a rovinarsi la vita.

Al teatro romano di Trieste, il regista Giancarlo Cauteruccio della compagnia teatrale Krypton, ha messo in scena "Medea e la luna - Lunga notte di Medea", omaggio al raffinato scrittore calabrese Corrado Alvaro, morto circa cinquant'anni fa. Medea qui è la straniera, invisa al popolo, che Giasone abbandona per sposare la greca Creusa, figlia del re di Corinto. Ma la paura del popolo per questa maga è un pretesto razziale scatenato dal re per assicurarsi la discendenza da un eroe. "Tu ora diventi re, ma io di te ho fatto un eroe" gli grida straziata Medea, interpretata dalla brava Patrizia Zappa Mulas. "Questa è una sconfitta più grande della fuga...". Ecco: la donna abbandonata si sente sconfitta. Aveva lasciato il padre, la sua terra, tutto per lui. Quando le donne supereranno questa convinzione di sconfitta, di fallimento? Quando smetteranno di comprare l'amore di un uomo attraverso l'annientamento della loro personalità? Di donare incondizionatamente di se stesse e il proprio corpo come campo da inseminare per assicurare la discendenza di un eroe che diventa tale solo prendendo il loro posto? All'epoca del mito di Medea la discendenza era matrilineare e i greci, popolo patriarcale giunto dal nord, s'inventarono di essere degli eroi per usurparne i troni, metafora del temuto potere femminile: l'indipendenza.