Che si dice in Italia

Il mio incontro con DeLillo

di Gabriella Patti

GLI italiani d'Italia, sappiamo, spesso non conoscono gli italiani che si sono distinti all'estero. L'altro giorno, durante lo svolgimento del prestigioso premio letterario Grinzane Cavour, il mio vicino si chiedeva se il vincitore Don DeLillo, che ha ricevuto il massimo riconoscimento alla carriera, fosse un prete. Gli ho spiegato che Don sta per Ronald e che DeLillo è nato da genitori italiani emigrati subito dopo la prima guerra mondiale da un paesino in provincia di Campobasso; nato e cresciuto nel Bronx ha frequentato scuole cattoliche fino agli studi universitari. Non gli ho spiegato che De Lillo non si considera uno scrittore italoamericano ma riconosce che come scrittore ha seguito lo stesso percorso di suo padre e sua madre. Dall'ambiente circoscritto, difficile e ristretto delle sue origini è approdato alla vastità americana che poi è la cifra della tradizione della letteratura americana. I suoi personaggi provengono da tutti gli ambienti e da tutte le geografie ed esprimono la varietà del popolo americano.

Ricevere il premio Grinzane, giunto alla 27esima edizione, sembra portare bene. «Molti di coloro che l'hanno ricevuto - ha ricordato con un sorriso promettente il suo fondatore Giovanni Soria - hanno poi vinto il premio Nobel. Da Doris Lessing, a Coetze, Naipul. E DeLillo ha tutte le carte in regola per seguire le orme dei suoi predecessori. Dal suo primo lavoro, "Americana" del 1971 è arrivato con "L'uomo che cade" di quest'anno a quota 17, dopo aver vinto nell'85 con "White Noise" il National Book Award.

Parlare con lui è un'esperienza di come vincere ritrosia e naturale riservatezza. DeLillo rifugge dall'essere catalogato dentro le comuni categorie critiche. Postmoderno, la sua scrittura sa di cinema, la sua prosa è densa di eticità. Civetta e si lascia un po' andare, sempre senza mai sorridere, quando afferma che scrivere è un mistero. Non sa da dove gli arrivino le idee. E' deciso a non combattere contro il suo «sviluppo lento» e a non voler parlare del romanzo che sta scrivendo perché è ancora in fase iniziale e ha paura di strangolarlo con le sue stesse parole. Parla di più delle Torri Gemelle, al centro di un suo romanzo del 2004. Le Twin Towers sono quasi una sua ossessione. In un lontano libro del 1977, "Players" una delle due ospitava un centro del dolore. Inevitabile la domanda: «Si sente un profeta?». «No, non ci sono profeti. All'inizio per me le Torri erano presenze destabilizzanti, sovrastavano tutta la città, poi piano piano ci siamo abituati ad esse. Ed è quando sono crollate».

Un suo personaggio in «The falling man» alla domanda, che è la stessa che rivolgono a lui sulla paura di cosa riservi il futuro, dice: «Il futuro era questo. Otto anni fa misero una bomba in una delle torri. Allora nessuno ci disse che cosa ci avrebbe riservato il futuro. Il futuro c'è appena stato. Il momento in cui bisogna averne paura è quando non c'è motivo di averne». Alla domanda su chi vincerà le elezioni americane se la cava con una battuta: "L'unica cosa che so che io non sarò presidente degli Stati Uniti». Ma la sua posizione è più chiara quando gli viene chiesto se l'America abbia ancora il suo spirito originario. «L'America ha perso fiducia nel suo governo. Ma è un Paese e una cultura che hanno la forza di rinnovarsi». Con Obama gli Usa ritireranno le truppe? «Dopo l'11 settembre il governo ha dovuto trovare un nemico definito, concreto, con confini territoriali, per sconfiggere una paura pervasiva e indefinita. Inoltre la protesta contro la guerra non è stata forte come al tempo del Vietnam perchè l'11 settembre aveva influenzato il dissenso. Obama ha già avuto un ottimo effetto sulla società americana».

In queste risposte Don DeLillo sembra anche dar conto del suo procedere come scrittore: non intende avviare grandi narrazioni perché «è impossibile comprendere il reale con un unico discorso conoscitivo». Anche perché il reale non è disgiunto dal racconto del reale. «Ogni giorno negli Usa escono nuovi produzioni sull'assassinio di Kennedy. In "Libra" ho scritto di un secondo sparatore oltre Oswald. Ma solo la tecnologia ha la capacità di recuperare il passato e di rivendicare a nome nostro il futuro. Oggi è allo studio un'apparecchiatura per la scansione digitale che riuscirà a isolare gli spari dal rumore estraneo e dalle voci dello sfondo. Allora forse avremo una risposta. Tre spari, Oswald ha agito da solo. Quattro spari, c'era un altro sparatore. Lo scrittore deve soltanto scrivere periodi nuovi ma anche nello spazio di dodici parole si può arrivare a una grande profondità di pensiero e sentimento».