Punto di vista/ Almirante e quei giovani senza futuro
Ci iscrivemmo alla Giovane Italia nell'ottobre del 1961. Avevamo quindici anni. Fra il 1969 e il 1972 frequentammo il Movimento Sociale Italiano. Nell'autunno del 1982 cominciammo a collaborare al "Secolo d'Italia". Dove fummo assunti il 16 agosto 1988 e dove lavorammo fino al 31 gennaio 2007. Abbiamo fatto i fascisti in patria e all'estero. Soprattutto, abbiamo creduto per parecchio tempo che il MSI rappresentasse il fascismo. Non era vero. Il MSI nel proprio intimo era reazione, clericalismo, provincialismo. E militarismo... Militarismo velleitario, teatrale, quindi grottesco. Caserma, bottega, sagrestia, quindi. Che triade... Il MSI fu tuttavia figlio, o derivato, surrogato, del fascismo. Il quale fascismo nelle coscienze di molti si scavò la fossa quando decise di preferire l'uniforme all'abito borghese.
Del MSI il capo più celebre è stato Giorgio Almirante. A lui si vuole ora intitolare una strada, qui a Roma. Ma non ne vediamo la ragione. Perché mai dare a una via il nome di un personaggio il quale, insieme ad altri, ha mandato per troppo tempo allo sbaraglio generazioni di giovani che con la Seconda Guerra Mondiale e col fascismo non avevano proprio nulla a che fare? Nati, all'incirca, fra il 1940 e il 1960, perché mai dovevamo farci carico di una causa che era stata già perduta, e agire allora come piccoli e trascurabili alfieri di un mondo finito, fatto a pezzi, morto?
Qualcuno potrà obiettare: ma ci si deve pur battere per un ideale! Certo, ma a patto che quest'ideale abbia una qualche possibilità di vittoria e che tenda con tutte le sue forze (ma questo è forse ingenuo) a unire, anziché dividere.
Non fu onesto, non fu giusto chiamare a raccolta giovani generosi, influenzabili, suggestionabili nell'Italia di quaranta o cinquant'anni fa. Non fu giusto giocare con la loro psiche. Giocare con la loro vita. Fu addirittura immorale minare le loro menti nell'indurle con impressionante regolarità a detestare e disprezzare il mondo nel quale essi comunque vivevano e a praticare l'idolatria di un'epoca, di un regime tramontati da un pezzo dopo una delle più cocenti umiliazioni che si ricordino nella Storia. Rammentiamo molto bene il clima, il linguaggio di quegli anni: una solennità risibile, schiere di facce truci, parole, parole, ancora parole, proclami, ordini, retorica, retorica a palate, e quindi la progressiva, inarrestabile, intossicazione di un incalcolabile numero di masse cerebrali... Molti dei ragazzi che nel 1961 servivano la Giovane Italia, hanno fatto strada, si sono affermati in vari settori della vita pubblica. Ma da quell'esperienza, molti altri sono usciti o con le ossa rotte o spiazzati, spiazzati per sempre. Quell'esperienza ha guastato, ha compromesso, ha rovinato l'esistenza di troppi. Promettenti carriere distrutte, o mai avviate; divisioni in famiglia, il carcere, i processi e, in molti di quei ragazzi o giovani uomini, l'odio, appunto, verso chi non la pensava "come noi"... Ma, soprattutto, i morti... Tanti morti, a Roma, a Milano, a Genova, altrove.
I vinti del '45 avrebbero dovuto accettare il fatto compiuto, accettare il loro destino. E non servirsi per i loro giochi parlamentari, o borghesemente sentimentali, di tanti giovani nati all'alba del dopoguerra, giovani che avevano il diritto di lanciarsi verso il futuro e non certo il dovere di lasciarsi invece rinchiudere nel passatismo, dal sub-strato peraltro cinico, imposto dagli autori del copione. Il gioco parlamentare dopo il '25 non andava più bene... Ma andava benissimo, guarda caso, dal '46 in poi...





