Il rimpatriato

Innamorato pazzo di "Crazy"

di Franco Pantarelli

Davanti alla mia nuova casa romana c'è un giardino, a fianco c'è il giardino dei vicini e dentro c'è la loro cagnetta, che si chiama Crazy perché quando l'hanno adottata doveva ancora riprendersi dal padrone precedente, un mascalzone che la picchiava, e faceva cose un po' pazze. L'ultima traccia che le era rimasta di quell'esperienza era quella di fuggire velocemente quando le si avvicinava un uomo che non conosceva, ma ora anche questo problema è finito nel Reparto Cose Superate e a spingerlo lì dentro sono stato proprio io. Fra Crazy e me, infatti, è stato un amore a prima vista, reciproco e appassionato, fra due sconosciuti. Siccome i vicini e io non siamo né repubblicani del Texas, né israeliani e né tedeschi di prima del 1989, a dividere i due giardini non c'è un muro ma un recinto costituito da una siepe di fiori che figuriamoci se riesce a bloccare una Labrador, per di più un po' bastarda.

Così Crazy ed io passiamo una sacco di tempo assieme, come si conviene a due innamorati, e come gli innamorati ogni tanto abbiamo qualche problema. Io, per esempio, sono un po' geloso quando lei mi abbandona per andare a correre di qua e di là assieme a Balto, uno splendido (lo ammetto con difficoltà) pastore tedesco che vive nel giardino dall'altra parte, decisamente più grande del mio e di quello dei padroni di Crazy, quindi più adatto alle loro scorribande. E quanto a lei, se io fumo si allontana di qualche passo, mi guarda con aria di rimprovero e abbaia, come una moglie che brontola, sia pure a fin di bene. Ma sono piccolezze. In genere il nostro rapporto è fatto di allegra tenerezza. Lei si strofina sui mei pantaloni, io le accarezzo il pelo e fino all'altro giorno, quando il suo sguardo dolce mi colpiva al cuore, le lanciavo l'urlo in cui prorompeva Enzo Iannacci in una sua vecchia canzone: "Il cane del futuro è il Labrador!".

Ma perché fino all'altro giorno? Perché ora la frase che lancio a Crazy non è più quella immaginativa e surreale di Iannacci, per sostituirla con una molto più pratica: "Meno male che non siamo a Treviso!". E perché a Treviso? Perché lì c'è il sindaco leghista Giancarlo Gentilini, diventato famoso per le sue sparate contro i meridionali, gli immigrati e gli omosessuali. Ora, ringalluzzito dal consenso elettorale che l'Italia immemore di questo triste periodo gli ha accordato, Gentilini ha esteso le sue brame di "pulizia etnica" ai cani. Parlando a un convegno sulle unità cinofile della Guardia Forestale, se n'è infatti uscito con un "Dobbiamo fare un salto di qualità. Basta con le razze straniere. Come amici dell'uomo scegliamo i cani e le razze che accompagnavano i nostri agricoltori padani e rispettavano l'economia floreale".

Nell'uditorio, un po' allibito, c'è stato chi si è preoccupato perché era fra le migliaia di trevigiani accanto ai quali trionfano pastori tedeschi, setter irlandesi, husky siberiani, e qualcun altro l'ha buttata sul ridere: ma devono essere cani rigorosamente padani o possono essere anche "terroni", come per esempio i mastini napoletani e i pastori abruzzesi, o magari i pastori maremmani, un po' più settentrionali ma ancora piuttosto lontani dalla Padania? Facendo un po' di conti si scopre che fra i 120mila cani "puri" venduti ogni anno in Italia solo ottomila sono "italiani" e che delle quattrocento razze pure riconosciute in tutto il mondo, quelle che hanno avuto origine nel territorio italiano sono soltanto dieci ed hanno rischiato di diventare nove. Una di esse è stata infatti recentemente salvata dall'estinzione ed è da supporre che Umberto Bossi e gli altri "referenti culturali" di Gentilini abbiano festeggiato con grandi bagordi: la razza salvata, infatti, è quella del pastore bergamasco.

P.S. Questa storia l'ho scritta approfittando dell'assenza di Crazy, impegnata a giocare con il bellissimo (accidenti a lui) Balto, perché sensibile e intelligente com'è (a differenza di Gentilini), leggendola si sarebbe rattristata molto. Per favore, se la incontrate non ditele nulla.