Visti da New York

Yes Hillary, You Did It!

di Stefano Vaccara

"Yes, We Can" ha ripetuto ieri a Washington la senatrice Hillary Clinton per cercare di convincere i 18 milioni di americani - soprattutto americane - che l'hanno votata nelle primarie perse di misura a votare a novembre per il suo ex rivale, il senatore Barack Obama. "Yes, We Can", proprio lo slogan con cui Obama era partito un anno fa e che era stato definito da Hillary "superficiale", un bla bla di sogni vuoti senza piani specifici, ora viene trasformato d'incanto nella parola d'ordine con cui l'Hillary ex incendiaria cerca di rimediare alla terra bruciata fatta intorno alla candidatura del senatore afroamericano con certi settori dell'elettorato democratico (colletti blu bianchi e donne di una certa età). "Il modo migliore per continuare la nostra lotta e raggiungere i nostri scopi è che i nostri sforzi siano diretti a far eleggere Barak Obama alla presidenza degli Stati Uniti. Gli faccio le mie congratulazioni, e gli do il mio pieno sostegno, e chiedo a tutti voi di unirvi a me e di lavorare sodo per Barak Obama così come avete fatto per me". Clinton non poteva limitarsi a queste frasi per chiudere la sua campagna e dare l'appoggio al rivale. Queste parole scontate non l'avrebbero salvata dalla rabbia dei pezzi da novanta del Partito democratico che da mesi le intimavano di piantarla con quegli attacchi isterici, attacchi scesi sempre più sui toni razzisti fino alla incredibile gaffe del "Perché rimango in corsa? Tutto può succedere nelle primarie, ricordiamo cosa accadde con RFK...".
Hillary doveva rimediare ad un duello combattuto con spot diabolici - Quello che potenzialmente potrebbe danneggiare di più Obama contro McCain è sicuramente quando Hillary imita lo stile Cheney-Bush col "chi volete che risponda al telefono alle tre del mattino alla Casa Bianca durante una crisi mondiale mentre i vostri figli dormono...?"). Ci voleva un sussulto che potesse far cambiare idea alle centinaia di migliaia di donne che fino a ieri avevano giurato, nella valanga di email mandati al sito di Hillary e nelle redazioni dei giornali, che se la loro candidata fosse stata costretta ad uscire di scena il loro slogan sarebbe diventato "Nobama!". Hillary doveva tentare di far ricredere queste milioni di democratiche che Coast to Coast ripetevano da settimane a parenti e colleghi, che loro avrebbero disertato le urne di novembre pur di non votare Obama o avrebbero persino commesso il peccato mortale di votare McCain pur di sfogare la loro rabbia per quella nominaton a loro dire "rubata" grazie al "gender prejudice", al pregiudizio maschilista contrario ad una donna nello Studio Ovale.
"Yes, We Can", ha detto Hillary applaudita da migliaia di sostenitori nel magnifico cortile del National Building Museum, cercando di spegnere l'odio attizzato per Obama: "Con la sua vita Barack Obama ha vissuto il sogno americano: questo sogno dev'essere realizzato. Quando ho iniziato questa campagna volevo che riottenessimo la Casa Bianca, con un presidente che promuovesse la pace e il progresso, ed è questo che faremo sostenendo Barack... Un giorno vivremo in un'America in cui ci sarà una classe media più forte. Vivremo in un'America alimentata da energie alternative, un'America più forte: per questo dobbiamo eleggere Obama presidente.... un giorno vivremo in un'America più leale con i suoi soldati. Per questo dobbiamo far eleggere Obama presidente".
Hillary ha spiegato che le sue sostenitrici non devono sentirsi sconfitte, perché quel "soffitto di vetro" del pregiudizio ormai è riempito da milioni di crepe dei voti da lei ottenuti: "Quando abbiamo cominciato ci siamo fatti una domanda: potrà una donna essere commander-in-chief? Abbiamo risposto a questa domanda. E poi ci siamo posti un'altra domanda: potrà un afroamericano essere realmente il nostro presidente? E il senatore Obama ha risposto..."
"Io sono una donna, e come milioni di donne so che ci sono delle barriere e dei pregiudizi, involontari a volte. A differenza di mia madre, ho avuto quest'opportunità, e voglio lasciare un'America migliore a mia figlia: un luogo dove le donne possano godere degli stessi diritti, della stessa paga e dello stesso rispetto. La strada è aperta... Potete essere orgogliosi che da oggi in poi non sarà così difficile per una donna vincere le primarie. Non sarà difficile per una donna diventare presidente..."
Per far diventare la sua candidatura un "turning point" nella storia di questa nazione Hillary non aveva bisogno di vincere, o meglio di essere lei a vincere. Non sarà nel 2008 una ex first lady a diventare la prima presidente donna, e forse è meglio così. Ma quando presto una donna lo diventerà, si celebrerà il giorno in cui Hillary, ormai ad un passo dal precipizio che avrebbe distrutto quello che aveva saputo rappresentare con la sua storica candidatura, invece di fare un altro passo verso l'autodistruzione, ha tirato il fiato e con convinzione ha detto: "Yes, We Can".
Brava Hillary, You did It! Adesso anche tu, con Obama, resterai per sempre nella storia di questa grande nazione.