Il rimpatriato

La “terra promessa” dei criminali?

di Franco Pantarelli

 

Un assalto contro immigrati a Roma, pochi giorni dopo l'orribile vicenda delle case dei rom date alle fiamme. Il negozio di un marocchino nel popolare quartiere del Pigneto devastato e alcuni bengalesi - sempre al Pigneto - malmenati e bastonati. Metteteci il giovane ammazzato a Verona perché portava il codino, l'aggressione a una scuola di ballo perché l'insegnante è omosessuale, le "ronde" che spuntano come funghi, nonché svariate segnalazioni di pestaggi estemporanei in diverse parti d'Italia e la frittata è fatta: l'ondata xenofoba è partita e chissà quando si fermerà.

La sinistra - non i suoi leader che non sanno che pesci pigliare ma la gente che li ha votati - discute sgomenta. Siamo alle squadracce degli anni Venti in Italia e dei Trenta in Germania, dicono alcuni. In fondo anche allora le camicie nere qui e quelle brune là sembravano un fenomeno transitorio, tanto che quelli che pensarono di usarli per tenere a bada il crescere del movimento operaio dovettero poi rendersi conto che con i fascisti si sa dove si comincia ma non dove si finisce. Altri sembrano meno preoccupati. Con i passi avanti fatti dall'Unione europea, controbattono, non sarà comunque possibile scendere sotto la soglia della democrazia. Altri ancora dicono che ciò che sta accadendo è un fenomeno più culturale che politico, più frutto dell'ignoranza e del malessere diffuso che di vero razzismo, e altri infine lamentano gli errori commessi: dal governo di centro sinistra ma soprattutto dall'Italia così com'è, che con la sua congenita incapacità organizzativa e la sua vaghezza normativa si è fatta la nomea di "terra promessa" per coloro che in Europa vengono non per costruirsi una vita migliore lavorando sodo ma per mettere in piedi organizzazioni criminali.

Comunque sia, il riflesso condizionato scatta ed ecco le strade del Pigneto percorse da marciatori indefessi che inalberano bandiere rosse e scandiscono slogan contro il razzismo, l'intolleranza, eccetera, come in tante altre occasioni, con l'unica differenza che in questo caso l'affluenza è piuttosto scarsa e per di più c'è un gruppo nel seno del corteo che grida uno slogan anomalo, "via gli spacciatori dal Pigneto", mentre la polizia continua ad annunciare di essere "a un passo" dalla cattura dei giovinastri autori degli episodi violenti e del loro "capo" più anziano. Il "passo" però lo compie prima il giornale La Repubblica che esce con un'intervista che il supposto "capo" gli rilascia, in attesa di andare a costituirsi.

E che racconta, il "capo"? Che lui di politica non sa nulla; che su un braccio ha tatuata l'effige di Che Guevara "solo perché ammiro i grandi uomini"; che lui con gli stranieri ci convive benissimo; che il negozio lo ha devastato non perché il padrone è marocchino ma perché il suo titolare prima gli aveva promesso di fargli ritrovare il portafoglio che era stato rubato a sua moglie e poi si è tirato indietro. Quanto ai suoi "seguaci", lui non ne sa nulla. La Repubblica però non si ferma e il giorno dopo esce con un'intervista proprio a uno dei presunti "seguaci". Lui e i suoi amici, dice, non sanno chi sia quello con il Che tatuato sul braccio e i bengalesi - gente notoriamente mite - li hanno picchiati perché "non so se per paura dei marocchini violenti o per interesse, ma sta di fatto che la droga la nascondono loro. Adesso voglio proprio vedere se continueranno. Quello che è certo è che non siamo razzisti. Tanto è vero che con noi, durante l'incidente (lo chiama così), c'era anche un nostro amico nero, o come dite voi: di colore".

La domanda che il giornalista della Repubblica non ha posto né all'uno e né all'altro è: perché non denunciare alla polizia uno che promette di farti trovare il portafoglio, indicando così di avere contatti con i ladri?; perché non avvertire la giustizia che lo smercio di droga nei negozi dei bengalesi? Ma sono domande che, nell'Italia "terra promessa" dei criminali di cui sopra, al massimo gli interpellati avrebbero risposto con un sorrisino ironico. In questo Paese - ed è la cosa più allarmante - quella di rivolgersi alla giustizia è l'ultima cosa che viene in mente.