A modo mio

Scrigno d’arte e di storia

di Luigi Troiani

  
Regione estrema d’Europa, i confini tra Atlantico e Mediterraneo a confondere ogni stereotipo sulla sua natura, l’Andalusia è oriente e occidente insieme, retaggio arabo-islamico e fortino dell’Occidente cristiano, terra vasta di contrasti anche feroci (montagna, mare, pianure rigogliose o desertiche), con gente amabile e donne ancora disponibili per la femminilità. Nei monumenti come nel paesaggio svela una vicenda tormentata: cristiana da sempre, musulmana durante gli interminabili secoli della conquista, poi specchio convinto della tradizione fluita dalla civiltà greco-romana nel cristianesimo, testimone di un’appartenenza, altrove smarrita. La moschea-cattedrale di Cordoba può esserne, per questo, simbolo anche più della capitale Siviglia. L’Andalusia è anche modernità, con un’industria agroalimentare e peschiera di tutto rispetto, impianti turistici di qualità, investimenti innovativi lanciati dall’Esposizione universale dello scorso decennio.
   Tornato su un cammino già percorso in altre occasioni, avevo stavolta negli occhi il documentario girato da Orson Welles nel 1962, restaurato nel 2005 da Enrico Grezzi, appena proiettato da Rai 3 per i cinefili nottambuli (in Italia la televisione tra l’una e le sei è follia: su alcuni canali impazzano pornografia e idiozia, su altri si proietta la somma produzione cinematografica e teatrale). Con un bianco e nero dedicato a un luogo, sospeso tra Europa e Africa, dai colori violenti, Welles cattura dell’Andalusia soprattutto il folklore e la religiosità: riti della settimana santa e processioni dei penitenti incappucciati, fiestas cruente con i tori dal sangue che bolle assassinati e talvolta assassini nel meriggio delle plazas, flamenco e sevillanas che fanno da colonna sonora alla vita della gente. Uomo del nord, s’entusiasma per lo sciame dei bambini che danzano in strada, filma le bambine che apprendono il paso da mamme e nonni e alzano la gonnellina colorata per battere con forza il tacco. E’ stupito per le velate di nero che seguono la Mater dolorosa, e le ragazze con il capo blindato dai complicati intrecci dei neri capelli. Si scopre adorante davanti a donne bellissime e compiute, a gitane orgogliose dai pendenti in oro, cerchiati e immensi. La sua macchina da presa scava nei volti magri dei mediterranei e africani d’Andalusia, ruota dentro l’arena ormai vuota dopo la matanza de los toros, scorre sugli eleganti sauri delle pianure, sul Guadalquivir che lambisce la Torre dell’oro, apre un varco nella Feria de Abril di Siviglia.
Ma Welles è troppo classico e inglese per guardare oltre l’elegante apparenza da cui si lascia sedurre. Non filma la povertà in cui quella parte della Spagna giaceva, l’emigrazione di massa che la piagava, la repressione politica e culturale del franchismo imperante. Ancora trent’anni fa, quando volli vivermi la XV Festa del riso a Villafranco del Guadalquivir, appena fuori Siviglia, accanto alle deliziose bimbette gitane che danzavano sevillanas, la povertà (con i nugoli delle zanzare)  si toccava con mano, in attesa che le cose cambiassero grazie alla democrazia e all’ingresso nella Comunità europea: la nuova Spagna, che aveva ereditato dal caudillo Franco anche buona amministrazione, ceti imprenditoriali e finanziari formati dall’Opus Dei, scuole pubbliche e private all’altezza, senso dello stato, disciplina, avrebbe saputo vincere i ritardi accumulati sino ad arrivare, ai nostri giorni, a sfidare le posizioni dell’Italia in declino (nel confronto, a noi è andata peggio sia in fatto di dittatori che di governanti democratici).

L’Andalusia, meridione della Spagna, ha fatto ciò che il meridione d’Italia non ha saputo fare. Non potrà che migliorare, visto che è solo all’inizio della sua modernizzazione.