PRIMO PIANO/GLI ITALOAMERICANI/L’Italia antirom vista dall’America
Nell'ultimo periodo il cielo di Napoli aveva visto salire il fumo dei roghi appiccati dalla gente esasperata per lo scandalo rifiuti. In molte aree del napoletano, infatti, la rivolta aveva dato alle fiamme cassonetti e cumuli di spazzatura, per dire no alla riapertura delle discariche. Dal fine settimana scorso, invece, il fuoco viene usato come strumento di protesta, simbolo dell'intolleranza e dell'intransigenza senza appello.
A Ponticelli, dopo il tentativo di una ragazza rom di rapire una bambina italiana, da giorni bruciano i campi rom. La giovane è stata fortunatamente arrestata ed è ancora in stato di fermo, ma questo purtroppo non è servito a placare l'odio scaturito da questa vicenda. La tensione è esplosa dopo lo sventato rapimento di Camilla Martinelli, sei mesi appena. Subito dopo la denuncia della madre, che ha fermato la zingara sedicenne con la bimba in braccio sul pianerottolo di casa.
Dopo l'assalto ai primi campi, da parte di una quarantina di persone, soprattutto donne, armate di spranghe, gli incendi sono continuati in altri accampamenti, alcuni di questi appiccati con le molotov. La sensazione, però, è che a bruciare sia ben altro, e cioè la fiducia verso il diverso, che spinge a estreme conseguenze giustificando il farsi giustizia da sé, come l'unica soluzione possibile per risolvere i problema. La prefettura, intanto, ha disposto il trasferimento dei nomadi, scortati dalla polizia, in altre zone della provincia. Vengono tutti dal quartiere Ponticelli, dove, tra cavalcavia ed edifici abbandonati, le baracche erano raggruppate in sei insediamenti.
Il lavoro delle forze dell'odine, però, non sembra arrestare l'ondata d'odio scaturita dalla vicenda. Anzi, la cosa preoccupante e che il problema non è rimasto circoscritto alla zona di Napoli. Episodi di violenza verso i rom si sono verificati già a Roma e stanno continuando in tutto il territorio italiano. Secondo i dati forniti dall' Opera Nomadi l'Italia è tra i paesi Europei con la più bassa percentuale di rom censiti, si parla di 160mila, di questi 70mila hanno la cittadinanza italiana. In costante aumento quelli provenienti dalla Romania che raggiungono le 60mila unità.
Alla luce di ciò è lecito domandarsi da che parte stare. Oggi7 lo ha chiesto a tanti italoamericani che spesso hanno vissuto, anni fa in America, simili esperienze che stanno vivendo oggi molti extracomunitari in Italia. Di seguito riportiamo alcune delle interviste raccolte in giro per New York.
Il signor Nino Napolitano, ristoratore originario di Mugnano (Avellino), arrivato a New York 35 anni fa, ci dice:«Io parto dal concetto che nessun popolo al mondo è stato più emigrante di noi italiani, quindi non sopporto quello che sta accadendo nel nostro Paese. E' vero, ci sono dei rom criminali, però non ci dobbiamo dimenticare quanto la nostra immagine nel mondo sia macchiata dalla mafia, dalla camorra e dalla ndrangheta. Non bisogna fare di tutta un erba un fascio, bisogna individuare le mele marce e trattarle di conseguenza. Tanti anni fa, qui in America, tanti italiani hanno conquistato con il proprio lavoro la fiducia degli americani. Gli americani, infatti, hanno creduto nella parte buona dell'Italia e io adesso voglio credere nella parte buona dei rom. Certamente non tutti sono criminali, ecco perché a mio parere il dialogo è la soluzione migliore».
Giuseppe Cavaliere, 75enne calabrese: «Sarà la vecchiaia ma certe cose io proprio non le capisco. Passa il tempo e noi facciamo un passo avanti e due indietro. Invece di comportarci come un paese civile che risolve i propri problemi con il dialogo ci comportiamo come dei razzisti. I delinquenti in questa situazione siamo noi. Pensavo che il fascismo fosse finito, invece mi devo ricredere».
Elena De Stefano, cuoca 50enne: «È stupido e retrogrado discriminare tutti i rom solo per una minoranza che non si comporta bene. Non è vero che rubano il lavoro agli italiani, certi lavori gli italiani non li vogliono più fare».
Laura Ambrosone, parrucchiera originaria di Avellino: «Sono qui da 30 anni e mi sono trovata sempre bene. Penso che le persone in Italia dovrebbero trovare un altro sistema per risolvere questa situazione per il semplice motivo che siamo tutti umani ed esistono modi più civili per trattare altre persone gli immigrati. Quando sono venuta in America non ho trovato altro che brave persone che mi hanno aiutato, certo, anche io c'ho messo del mio: mi sono comportata bene, ho imparato l'inglese, ho lavorato e rispettato le leggi di questo paese».
Francesco Esposito, impiegato 35enne originario di Caserta: «Quando una persona decide di trasferirsi in un altro paese dovrebbe rispettare a pieno le leggi della nazione in cui va a vivere. Se in India prendo a calci una mucca vengo arrestato immediatamente. Penso che sia giusto punire, anche con la forza, gli immigrati clandestini che si comportano male, che vivono come parassiti sulle spalle degli italiani che fanno già tanta fatica a campare».
Antonio Russo, ristoratore, dal ‘45 in America: «Gli immigrati che lavorano sono una grande risorsa e non una minaccia. Quando sono arrivato qui per me non è stato facile. Ho sempre lavorato contribuendo allo sviluppo di questo Paese e adesso mi sento una persona molto soddisfatta. Se sono riuscito a fare quello che ho fatto è stato grazie anche all'America e agli americani che me ne hanno dato la possibilità e in Italia dovrebbero fare la stessa cosa. I politici in questi casi dovrebbero spigare ai cittadini l'importanza degli immigrati che lavorano, questo nuovo governo però non mi sembra lo stia facendo».
Vittoria Festa, 72enne pensionata: «Non è giusto punire un'intera comunità per la colpa di pochi individui. Comportandoci in questo modo diamo ragione a chi pensa agli italiani come un popolo di mafiosi. La maggioranza dei rom sono brave persone, persone che lavorano anche 12 are al giorno vivendo in condizioni squallide. Personalmente mi vergogno chi come i miei compaesani stiano rispondendo a questo problema».
Maria Capone, napoletana, da 40 anni in America: «Io parlo ogni giorno con mia sorella che vive proprio lì, dove sta accadendo tutto il casino, quindi sono molto informata sulla situazione. Lei mi ha raccontato che il tentato rapimento di quella bambina è stato solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il problema esisteva già, da molto prima che ne parlassero i giornali e la televisione. Mia sorella mi ha raccontato di come è impaurita la sera quando torna a casa, ma non solo la sera anche di giorno. Questi rom fanno pipì dove capita, buttano le carte per terra, non hanno rispetto per il posto dove vivono. È vero, lavorano, ma rubano il lavoro ai napoletani che invece Napoli la rispettano. Mio nipote è disoccupato, non trova lavoro perché i padroni preferiscono far lavorare questi immigrati che lavorano tanto e si fanno pagare di meno. La colpa è di chi li ha fatti entrare senza nessun controllo».
Vincenzo Sossio, 63 anni, di Catania: «Più di come si stanno comportando i napoletani io sono molto deluso di come si sta comportando del Governo italiano. Stiamo facendo proprio una bella figura con l'Europa. Prima con i miei amici che ho conosciuto qui mi vantavo dell'ospitalità di noi italiani. Ora è meglio se sto zitto, ora come ora non mi sento molto italiano».





