Il rimpatriato

L’informazione dei potenti "a prescindere"

di Franco Pantarelli

 

Venerdì scorso era l'anniversario di Capaci - la strage in cui la mafia uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca e gli uomini della scorta - ed è stato un tripudio di commemorazioni: del presidente della Repubblica Napolitano, del primo ministro Berlusconi, del ministro della Giustizia Alfano e di tanti altri rappresentanti delle istituzioni. C'era anche un rappresentante degli Stati Uniti, il vice segretario della Giustizia Mark Filip, che ha ricordato le "formidabili intuizioni investigative" di Falcone e Paolo Borsellino, il suo collega e sodale ucciso anche lui dalla mafia. "Per me e per tutti coloro che negli Stati Uniti si occupano di giustizia - ha aggiunto - Falcone è un eroe". Era bella quella solidarietà transoceanica riferita a una lotta comune "vera" e non, poniamo, alla partecipazione italiana all'avventura irachena che Berlusconi anche allora al governo volle; ed era bello anche lo sforzo - avvertito nei discorsi degli oratori italiani - di evitare le frasi fatte e di tenere le loro parole ancorate alla realtà.

Il tema dominante era il richiamo all'unità della nazione contro il flagello mafia che mina la vita sociale siciliana e la vita economica dell'Italia intera. C'era chi elogiava il lavoro messo in piedi da Maria Falcone, la sorella di Giovanni, per sensibilizzare i ragazzini delle scuole sul problema mafia; chi ricordava la grande capacità lavorativa di Falcone e chi rievocava la lunga ombra che si abbatté sull'intero Paese alla notizia della bomba che dilaniò in un colpo la sua vita e tutte le conoscenze sulla mafia, i suoi riti, le sue tattiche e i suoi complici che lui aveva immagazzinato nel cervello. Era bello anche il modo in cui la tv ha ricordato quella giornata terribile del 1992 e anche di come ha dato conto della commemorazione. Una cosa doverosa, ovviamente, ma non è sicuro che a guidare la mano dei responsabili dell'informazione televisiva italiana sia stato il senso civico e non, invece, il solito riflesso condizionato di inginocchiarsi di fronte ai potenti.

Un certo sospetto che a contare non sia stato il senso civico viene da ciò che in tv si era visto il giorno prima. Era accaduto che gli spettatori del TG1, il più importante giornale della Rai, si erano visti ammannire un servizio interminabile su un evento di Bruxelles che aveva ricevuto scarsissima attenzione da tutti gli altri media. Si trattava di una riunione - rituale, con gesti prevedibili e parole risapute - dei presidenti delle varie entità parlamentari dei Paesi europei. I meno distratti fra i telespettatori si erano chiesti perché mai tanto spazio a una cosa che interessava solo i diretti partecipanti, ma presto avevano avuto la loro risposta: fra i convenuti, infatti, c'era anche Renato Schifani, presidente del Senato italiano, appena reduce dalle polemiche sulle sue frequentazioni con persone poi condannate per mafia di cui si parlava la settimana scorsa. Ma se pensate che erano state proprio quelle polemiche a rendere attuale il servizio sulla partecipazione di Schifani alla riunione di Bruxelles, vi sbagliate. Di quelle polemiche, nel servizio, non c'era traccia. Per quelli del TG1 non erano mai avvenute. Si trattava solo di glorificare Schifani che è buono, bravo e anche bello. Insomma un "ordine di scuderia" con cui la Rai doveva farsi perdonare lo "sgarbo" della settimana prima, quando non aveva bloccato il giornalista Marco Travaglio dal dire ciò che fino a quel momento era stato detto solo su alcuni libri. Insomma i potenti sono potenti e devono andare in onda "a prescindere", come diceva Totò. Che poi parlino di cose importanti e strazianti come l'assassinio di Falcone o di cose irrilevanti e incolori come nel caso di Schifani, non importa. Ciò che conta è che siano contenti dei loro servitori televisivi.

Riusciranno mai gli italiani ad essere informati in un modo decente?