PRIMO PIANO/IL DOCUMENTARIO/ Figli venduti all’America
Nel 1952, in un piccolo paese della campagna molisana chiamato Roccavivara, vivevano quattro fratellini: Pia, Domenico, Antonietta e Pasqualina. Alla morte improvvisa della mamma il papà, non sapendo come fare per mantenerli, decise di vendere i tre più piccini a una ricca famiglia americana desiderosa di adottarli.
No, questa non è una di quelle favole la cui fine, per quanto triste, ha sempre una morale da insegnare. Questa è la storia di Pia che all'età di dieci anni, in una mattina di febbraio, ha visto i suoi fratellini partire in groppa ad un mulo e non ritornare mai più. La sua storia, la sua ricerca durata più di 40 anni, è diventata uno splendido quanto toccante documentario:"Pia's Story: My Brother, My Sister Sold for a Fistful of Lire", girato e diretto nel 1998 dal regista belga di origine Italiana Basile Sallustio.
«Pia Dilisa è mia zia», spiega il regista. «Avevo già sentito parlare del mercato di bambini dall'Italia all'America durante il primo dopoguerra da un mio amico che, adolescente, scoprì che quelli che credeva i suoi genitori pagarono, negli anni Cinquanta, $ 10.000 ad un'organizzazione italo-americana per la sua adozione. Sono rimasto colpito perciò, quando ho scoperto che anche ad un membro della mia famiglia era accaduto qualcosa di simile».
A presentare ed introdurre la visione che si è tenuta martedì scorso presso la Graduate School of Journalism della CUNY, vi era il Dr. Joseph Sciorra del John D. Calandra Italian American Institute del Queens College, a cui si deve il merito di aver riportato all'attenzione del pubblico un film che, quando venne proiettato nelle sale del Film Forum di New York nel 1999, ricevette solo una tiepida risposta e una fredda recensione dal New York Times che preferì disquisire sulla qualità dell'immagine piuttosto che sulla drammaticità dei temi trattati.
Il documentario, infatti, segue un passo avanti all'altro le vicende di Pia e della sua infinita ricerca che prende il via dal piccolo paese di Roccavivara, dove la gente "sapeva", ma solo l'umile parroco diede un aiuto concreto indirizzando Pia alla Curia di Napoli e all'orfanotrofio della città campana i quali si erano occupati della custodia e del trasferimento dei bambini. Qui però arrivano le prime porte chiuse e si alza sulla strada di Pia un'apparentemente insormontabile cortina di silenzio. Non ci sono più documenti reperibili, tutto è andato perduto o bruciato. La Curia non consente di accedere ai propri archivi e nega di essere a conoscenza di dove questi bambini siano stati mandati: una clausola tassativa dell'adozione era infatti quella che, una volta affidati, la famiglia d'origine non sapesse più nulla del destino di questi figli.
Pia però conosce una storia diversa. A sua padre era stato detto che una volta raggiunta la maggiore età, sarebbero tornati a casa. Ma la gente in paese mormora che i suoi fratellini sono stati venduti come fossero un pezzo di terra. La ricerca sembra arenarsi al porto di Napoli da dove Pia vede solo il mare ma sa che aldilà c'è l'America e, da qualche parte, i suoi fratelli. E' là allora che deve andare. La ricerca prosegue dunque a New York, seguendo le tappe obbligate dell'immigrazione: Ellis Island. E qui vengono trovati dei nomi e un indirizzo. Ma la speranza rinata di Pia verrà presto disillusa, perché il lungo braccio della Curia Romana arriva anche qui e la risposta è esattamente la stessa: "Noi non possiamo aiutarla".
Tra gli indirizzi reperiti da Pia però c'è anche un'altra città, un'ancor seppur debole speranza: Chicago. E dove tutto sembrava ormai un inutile affanno, "la Divina Provvidenza" che in tutta questa storia sembra essere stata più d'ostacolo che d'aiuto assume il volto -come ci si aspetterebbe- di una donna impiegata alla Roman Catholic Charity di Chicago, e la sua risposta sorprendentemente è diversa: "Io conosco tua sorella. Certo che ti aiuteremo, dopo tanti anni perché continuare a soffrire".
Pia riesce così a riabbracciare Domenico e Antonietta -Pasqualina morì ancora bambina all'ospedale di Napoli- che, ormai adulti, erano tuttavia ignari delle loro origini e portavano sulle spalle ognuno una storia differente -una volta in America Domenico venne rifiutato dalla famiglia a cui era stato affidato insieme alla sorella e solo dopo 3 anni trascorsi in un orfanotrofio del New Jersey venne adottato da una famiglia del Montana-.
Il documentario diretto da Sallustio segue un solo principio, quello della verità. I protagonisti non sono attori ma uomini, donne, bambini ormai cresciuti che raccontano una storia, la propria. A chi ha orecchie per ascoltare. In nome di chi non si ferma davanti a un "non è possibile".
Quello che emerge, sopra perfino la vicenda in sé, è la genuinità dei suoi personaggi. Che ci sono ancora, stanno là, nelle nostre campagne italiane, nei nostri piccoli paesi di provincia, nella nostra memoria, nella storia di un Paese. La comare del paesello, che tutto sa' e tutto vede ma se chiedi nulla ricorda. Il prete che dopo una vita di servizio anche durante una conversazione in salotto continua a dire Messa. Il contadino emigrato in Germania ormai da una vita, ma che le sue sei settimane di ferie le trascorre a lavorare i suoi campi, finalmente. E tutto ciò ti inchioda lì, a guardare quello che in fondo conosci già perché ce l'hai nel sangue, l'Italia che fù e che in parte tuttora è. E sorridi della semplicità di alcuni personaggi fino a ridere della caricatura di altri, per poi accorgerti che stai vedendo un documentario e non ci sono personaggi, non ci sono caricature, solo persone. Al termine della proiezione almeno metà della sala ha gli occhi rossi di commozione e durante il Q&A con il regista la partecipazione del pubblico diventa palpabile.
Una delle prime domande riguarda subito il ruolo della Chiesa che nel documentario viene ritenuta prima responsabile e accusata di aver organizzato, nonché tratto beneficio, dalla compravendita dei bambini: «A quel tempo la Chiesa era al suo massimo potere e dopo 50 anni sono ancora convinti di essere nel giusto», risponde Sallustio le cui accuse non sono passate inosservate. Il film è stato realizzato, infatti, nel 1998 grazie ad una collaborazione belga e da allora in Italia ha ricevuto solo una partecipazione...
al Festival di San Benedetto del Tronto ma non è mai andato in onda su una rete nazionale: «Raiuno mi aveva promesso di proiettarlo ma una volta finito di girare si sono tirati indietro. L'allora direttore di Raidue, Carlo Freccero, mi rispose direttamente che mandarlo in onda sarebbe stato un suicidio. In dieci anni il film è stato visto in tutta Europa eccetto che in Italia».
Anche il Dr. Sciorra commenta circa la posizione della Chiesa in questa vicenda: «L'aspetto che più mi ha colpito è vedere come due emissari della Chiesa Romana, uno in Italia e uno in America, diedero a Pia le medesime risposte e nei medesimi toni contro-accusatori. Mentre una semplice donna fu ben lieta di assumersi la responsabilità di rispondere».
Non ci sono prove. Non ci sono documenti che attestino fatti e responsabili. Ma ci sono bambini che hanno vissuto un'intera vita in America, che scoprono di essere italiani senza poter sapere se c'è ancora una famiglia, là, in Italia (sembra tuttavia, che la maggior parte delle richieste di adozione provenienti dall'America, arrivassero da famiglie della precedente emigrazione italiana all'inizio del Secolo).
Questa non è solo la storia di Pia. Tra le mani alzate in sala vi erano almeno altre tre persone che questa storia l'hanno vissuta sulla pelle. Qualcuno è stato fortunato e ora a Natale gli auguri li fa' anche Oltreoceano. Qualcun altro lo è meno, e ancora cerca.
Come Vittoria Cammarota, data alla luce nel segreto nella piccola isola di Ischia e mai riconosciuta dai genitori naturali. Ancora neonata venne adottata da una famiglia americana seguendo lo stesso percorso dei fratellini di Pia. A 19 anni scopre di essere italiana e inizia le sue ricerche bussando anche lei alle porte della Curia Papale. L'unica risposta che le offrono è una busta sigillata che potrà richiedere solo all'età di 70 anni. Vittoria ora di anni ne ha 45 e qualcuno le ha detto che in quella busta non c'è assolutamente nulla.
Dopo tanto tempo, ci si chiede, che senso ha privare una persona del diritto di conoscere le sue radici? La sua memoria è stata camuffata, dal tempo e da chi non vuole ammettere le proprie responsabilità. Ci sono oggi, in un universo globale che pretende di non avere più frontiere, famiglie dimezzate a cui è stato portata via la reale identità.
Che la storia di Pia, la sua tenacia e il suo senso della famiglia -quello vero- abbiano aperto un nuovo vaso di Pandora?





