Cinema

Una favola nel nome di Maria

di Natasha Lardera

«Sono siciliano e credo nelle favole» così inizia il c'era una volta dell'attore Gilberto Idonea (Incantesimo, La Piovra, Gente di Mare, il Commissario Montalbano) alla presentazione del suo ultimo film, In Nome di Maria del regista Franco Diaferia.

«Vent'anni fa iniziai qui a New York la mia carriera di attore di teatro grazie al supporto di alcune persone che come delle levatrici mi hanno fatto nascere. Innanzitutto Vincenzo Milioto che mi fece organizzare il mio primo spettacolo di teatro siciliano a Brooklyn, poi Andrea Mantineo, il direttore di America Oggi, che forse, da siciliano a siciliano, aveva provato compassione per un'artista della sua stessa regione. Ogni giorno il giornale era ricco di articoli su di me ed il mio lavoro e io non ho mai capito se fosse perchè non avevano notizie da riportare o perchè volevano aiutarmi. A forza di vedere tutti questi scritti quelli dell'Istituto Italiano di Cultura si incuriosirono e mandarono una spia a scoprire chi fosse questo pazzo. La cosidetta spia era Amelia Antonucci che rimase subito emozionata e sorpresa nel vedere che dei folli facessero del teatro siciliano, sponsorizzato con i propri soldi, a New York. Il motivo per cui lo facevo era perchè ero stufo di sentire che la parola Sicilia fosse collegata a Mafia. Volevo che fosse collegata a Cultura. Poi il direttore dell'Istituto Furio Colombo scrisse un lungo articolo a quattro colonne sulla prima pagina de La Stampa e così divenni un nome internazionale  e, grazie al supporto del Ministero degli Affari Esteri, iniziai a portare in giro per il mondo il teatro italiano. Perchè tutta questa lunga storia? Per dire che sono qui per scaramanzia... New York mi ha portato fortuna in passato e mi auguro che anche questo film goda della stessa fortuna.»

Basato su una notizia di cronaca, In Nome di Maria prende spunto dalla storia della bimba bielorussa sequestrata dai genitori affidatari di Cogoleto, da cui si recava ogni anno per soggiorni terapeutici per bambini reduci della radioattività post-Chernobyl. Il film si evolve poi in un'analisi sui minori sbalzati da un paese all'altro, su adozioni, pentimenti, e genitori naturali che si battono contro le famiglie di accoglienza.

«Il resto è fiction» aggiunge Idonea, «una metafora che ha un significato universale. Il viaggio del mio personaggio, Don Vittorio, alla ricerca di Maria e di tracce di marcio nel suo paese affinché i coniugi italiani possano riaprire il caso e riportare la piccola in Italia. È un viaggio verso la conoscenza e la consapevolezza. Alla fine, Don Vittorio riesce a  vedere oltre ad un caso singolo, ma alla condizione di più di trentamila bambini che stanno morendo.»

Infatti il sequestro di Irina, ribattezzata Maria dai suoi genitori italiani, ebbe delle consequenze negative e portò al brusco terminarsi del programma di scambio per cure terapeutiche, forzando così i bimbi malati a rinunciare ai pochi giorni di aria e libertà che ogni anno desideravano.  Il titolo In Nome di Maria, è da leggersi come una preghiera alla Madre, ma sopratutto «come asserzione civile di un diritto, quello dei bambini ad essere tutelati e ad essere guidati verso la liberazione dell'appartenenza coatta.»

Il film viene raccontato con un tono di chi sta al di sopra delle parti e non vuole dare preferenze, ma solo mostrare quello che succede. Ci sono scene dure da ingoiare, come quella che mostra Don Vittorio in abiti civili, in incognito, alle prese con la direttrice di un orfanotrofio, che in realtà è una specie di bordello dove bimbe di otto anni vengono vendute al migliore offerente. A cui seguono scene divertenti anche nella loro durezza, come quelle che ritraggono il prete fare il pagliaccio con i  bambini malati in ospedale, che ti fanno capire come nella vita si possa trovare anche un po' di gioia nella disperazione. «Inutile cercare di spiegare la situazione, bisogna viverla» dice Don Taranto, il giovane che accompagna Don Vittorio, magistralmente interpretato da Andrea Lionetti, al prete appena arrivato dall'Italia. E solo così quest'ultimo riesce ad aprire gli occhi e ad abbandonare la sua arroganza iniziale, che rappresenta quella degli italiani che credono di essere un paese superiore, e capire che per l'amore di uno, non si può essere indifferenti a tutto il resto.