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Letteratura/ Maestri di vita e di morte

di Laura Caparrotti

Umberto Eco sembra un personaggio d'altri tempi. Con la sua presenza e la sua parlata, con un'accentuata erre moscia, con una fermezza e autorità da professore, riporta ad antiche biblioteche, fatte di sapienza, ma anche di umanità, dove il discutere è importante, ma anche piacevole. Da un'altra parte, nel vederlo muoversi e parlare l'accademico dell'università di Bologna, non si può fare a meno di pensare alla maschera del Dottore della Commedia dell'Arte, maschera appunto bolognese, rappresentante con molta ironia un professorone pieno di parole pseudo-latine spesso incrompensibili anche per lui. L'ironia va citata perchè tutte le volte che Eco è apparso in eventi a lui dedicati,durante il PEN Festival, la risata e il sorriso sono stati protagonisti. Già dal discorso tenuto da lui all'Istituto Italiano di Cultura il giorno di presentazione degli autori italiani alla stampa, Eco ha deliziato gli ospiti con una breve rassegna commentata dei direttori degli Istituti, dicendo che il fatto che lui ne abbia conosciuti così tanti sottolinea quanto sia vecchio.

La prima grande serata, invece, davanti ad una platea stracolma, è avvenuta il due maggio nall'auditorio del 92Y. Sul palcoscenico, tre mostri sacri della letteratura mondiale, tre amici, Salman Rushdie, Eco e Mario Vargas Llosa. La serata è iniziata con tre letture in lingua originale, da parte dei tre autori, di brani tratti da loro romanzi. Poi è stata la volta della chiaccherata ufficiale, che più che altro è stato un ricordare la prima volta che "i tre moschiettieri" - così si sono chiamati con molto divertimento i tre - sono apparsi insieme su un palcoscenico. Era il 1995 e il luogo era quello della Royal Festival Hall di Londra. "Io sono Portos" ha detto Eco "forse Salman può essere Aramis. Il problema è chi è D'Artagnan." Non sono state tutte battute fra amici però. Il discorso che ci è apparso più interessante è stato quello sui letterati e la politica, prendendo spunto dall'avventura politica di Vargas Llosa. Eco ha ricordato come nei paesi anglosassoni gli intellettuali non si occupano attivamente di politica. Rushdie ha subito punzecchiato dicendo che succede perchè qui ci sono gli attori di Hollywood, ma Eco ha subito riportato il discorso sul professorale spiegando come secondo lui il motivo è che nei paesi anglosassoni le università sono al di fuori dei centri abitati, in meravigliosi campus che finiscono per fare vita a sè e ad essere fuori dalla vita comune. E dopo che Rushdie ci ha raccontato della sua carriera di attore (lo potete vedere nell'ultimo film di Helen Hunt "Then she found me"), i tre hanno salutato il pubblico e sono andati - forse - come quella volta a Londra a bere insieme.

Molto più accademico è stato il secondo incontro con Umberto Eco alla Great Hall Cooper Union il quattro maggio. L'occasione è stata la terza edizione dell'Arthur Miller Freedom to Write Lecture, dedicata appunto al nostro autore. Umberto Eco ha tenuto in meno di un'ora una interessantissima conferenza su "Gli svantaggi della letteratura su vita e morte". Eco ha parlato della funzione della letteratura come elemento che ci abitua ad affrontare l'inevitabile, e dunque anche la morte. Le storie orali possono essere cambiate, la realtà può essere cambiata, un libro e la storia che esso contiene non possono essere cambiate, ci piaccia o meno. Noi comunque lo leggiamo lo stesso, arriviamo fino alla fine, pur sapendo che non andrà a finire come vogliamo noi e che probabilmente ci farà male leggere alcuni avventimenti nel libro. Le storie già scritte ci insegnano in qualche modo come morire. La verità è difficile da definire in filosofia, mentre nella fiction la verità è vera ed assoluta. La verità di Re Lear è più vera di quella di Napoleone e la storia di Re Lear ci racconta di come Napoleone avrebbe dovuto comportarsi. Le storie dei libri raccontano le nostre storie, dando però un significato assoluto ad esse.

Eco ha poi parlato di internet e del pericolo delle interpretazioni delle storie (ricordiamo che proprio lui ha scritto un libro sulla interpretazione intitolato "Interpretazione e sovrainterpretazione" edito da Bompiani). "Ogni abitante del pianeta, volendo, potrebbe scrivere una enciclopedia solo raccogliendo i dati via internet e interpretandoli a suo modo."  Una enciclopedia contiene un sapere comune, un sapere di base condiviso da molti. Ma con l'avvento di internet, l'individuo diventa padrone di questo sapere e lo riscrive come più gli aggrada. Per questo, ha raccontato Eco, i suoi studenti hanno spesso il compito di comparare più siti su un certo argomento, cercando di capire quale è il più importante e il più esaustivo sull'argomento stesso.

Alla fine, Adam Gopnik, moderatore della serata, ha chiesto a Eco cosa ne pensasse dell'America di oggi e la risposta è stata: "Come posso parlare io che vengo da un paese che ha come capo di governo Berlusconi?"

Chiudendo sulle serate del PEN, vogliamo però tornare ancora una volta sulla presenza di Roberto Saviano al Festival. Abbiamo letto in questi giorni il resoconto che Mario Calabresi ha fatto su "Repubblica" dell'incontro fra Rushdie e l'autore di "Gomorra" e del loro parlare di vite sotto scorta. Abbiamo raccolto da Saviano alcuni commenti a riguardo che vi abbiamo riportato nell'intervista della settimana scorsa. Abbiamo sentito i suoi commenti durante gli incontri del primo maggio alla CUNY- a lui completamente dedicato - e del due maggio, presenti altri scrittori questa volta di soli romanzi, ispirati dalla realtà, sulla sua vita da recluso. Anzi, proprio il due maggio, alla Scandinavian House, Saviano ha ripetuto più volte "se avessi saputo che questo era il prezzo da pagare, non credo che Gomorra sarebbe mai nato."

Una cosa però di cui non abbiamo parlato sono gli occhi di Saviano, occhi bellissimi, ma sempre bassi, sempre cupi, sempre silenziosamente urlanti. Quegli occhi guardavano la gente e allo stesso tempo sembravano viaggiare lontano. Quegli occhi ci hanno colpito perchè più di ogni altra parola, ci hanno raccontato del dolore di questo ragazzo. Un dolore che però, a giudicare dalla reazione del pubblico, che anche alla Scandinavian House, faceva prevalentemente domande all'autore del libro sulla Camorra, ha tessuto risultati molto positivi tra la gente che ama, stima ed è grata a Saviano per quel che ha fatto. Speriamo che questo lui lo sappia e lo tenga come elemento che scalda il cuore, perché proprio il due maggio si parlava di eroi protagonisti dei romanzi e sicuramente Saviano è uno di questi. Un eroe, suo malgrado.