PUNTI DI VISTA/ Capanna ritorna al futuro

di Tony De Santoli

Un conformismo subdolo e soffocante si è ormai impadronito dell'Occidente e soprattutto dell'Italia. Si respira una brutta aria. Il clima è gelido. L'atmosfera, almeno nella nostra impressione, reca con sé qualcosa di sinistro. E così Mario Capanna, l'ex-capo del movimento studentesco del ‘68, passa al contrattacco. Lo fa con un libro, interessantissimo, uscito poche settimane fa nelle nostre librerie: "Sessantotto al futuro" (Garzanti,  143 pgg., 13 euro). Capanna non si fa tuttavia illusioni. Un idealista/realista non può farsene... Gli basta però scuotere un po' le coscienze, anche se in Italia parecchie coscienze si sono addormentate da un pezzo e non sembra che ci sia speranza di un pronto e vivace risveglio.

Le sue argomentazioni sono ineccepibili. Esse abbracciano il sociale, l'economia, la finanza, i mutamenti climatici, l'inquinamento, la Storia. In queste 143 pagine c'è molto di noi, di tutti noi italiani, europei, occidentali e dei personaggi della politica e della finanza che ci circuiscono, ci blandiscono, ma poi ci ingannano, ci complicano la vita e alla fine ci abbandonano con la stessa disinvoltura con cui prima ci avevano avvicinati sfoderando sfavillanti sorrisi e tentando di farci credere che essi in fondo sono fatti come "siamo fatti" noi....

Viviamo in un mondo brutto, volgare e violento e Capanna questo ce lo ricorda con chiarezza e incisività. Per lui la sola via d'uscita - anche se, appunto, il vecchio "compagno" non si mette certo a sognare - sarebbe una nuova mobilitazione dello spirito e della mente come lo fu, eccoci, quella che dette luogo al Sessantotto. Una mobilitazione che escluda il ricorso alla forza e si renda proprio per questo ancor più efficace e, di sicuro, convincente.

Capanna in questa sua opera fa a pezzi il mito del Mercato... "La favola - la bugia - del ‘libero mercato', scrive, "ha potuto diffondersi grazie al fatto che l'informazione è divenuta una sua creatura [...] Estendendo il suo dominio ovunque, il profitto capitalistico ha portato l'umanità e la Terra sull'orlo della catastrofe [...] Il Mercato - nient'affatto libero - costituisce la punta dell'iceberg dell'irrazionalità moderna. Anziché produrre quanto necessario a soddisfare le esigenze umane, rispettando l'equilibrio con la natura, ci siamo resi prigionieri di un meccanismo (il profitto) che si autoalimenta con l'obiettivo della propria crescita illimitata, fino a produrre bisogni indotti per soddisfare i quali bisogna produrre ancora e di più. Fino al collasso della Terra".

Quest'analisi non fa una grinza. Ma in natura non esiste una crescita illimitata e siccome "anche" l'Uomo fa parte della natura, non è possibile sottrarsi a questa legge cosmica. Volervisi sottrarre non potrà che portare, prima o poi, al disastro. Un disastro verosimilmente irreparabile. E forse vicino, più vicino di quanto non si creda. Morale: per produrre sempre di più il Capitale - il Capitale d'oggigiorno, arido, avido e egoista - ha escogitato una formula diabolica: lavorare in pochi, lavorare parecchio, lavorare - come nota Capanna - fino allo sfinimento. Fino all'alienazione. Fino alla pazzìa.

Di questo sconcertante stato di cose, i responsabili sono tanti. I responsabili sono le consorterie politico-industrial-finanziarie di Washington, New York, Parigi, Bruxelles, Roma, Pechino, Tokyo, Nuova Delhi, Brasilia. Lo spirito umanistico è sparito dall'animus capitalistico e un Capitale così altro non è che il nemico e il tiranno dell'essere umano. Domani potrebbe esserne il becchino. Ma allora lo sarebbe anche di se stesso.