A modo mio

Siamo una frana!

di Luigi Troiani

Nei  giorni 4, 5 e 6 maggio del 1998, un ammasso di fango e detriti scivola a fasi alterne e su fronti diversi, dalle alture che incombono sui paesini di Quindici (Irpinia), Sarno, Siano e Braciliano (Salerno). Sta piovendo da giorni e nuvole nere nascondono il cielo. Il peggio accade intorno alla mezzanotte tra il 6 e 7, quando a venir giù dalla montagna che sovrasta Sarno, improvvisa e violenta, è una vera e propria valanga con un fronte lungo cento metri, alta in alcuni punti sino a trenta metri. Il territorio circostante viene devastato dal feroce attacco della natura, centinaia di abitazioni sono distrutte o danneggiate, 159 persone perdono la vita (137 nella sola Sarno). Sono vittime dell'incuria delle amministrazioni, della deforestazione e dell'abusivismo incontrollato che hanno reso ogni pendenza del terreno infida e pericolosa. Non si può neppure imprecare alla malasorte: la caduta dei materiali assassini è stata progressiva e sarebbe stato sufficiente provvedere all'evacuazione cautelativa. Un fax della regione Campania ha invitato i sindaci, dopo le prime avvisaglie di rischio, "ad attivare le misure necessarie per garantire la salvaguardia della popolazione". Ma è arrivato, nelle mani di chi poteva evitare la strage, dieci ore dopo che il dramma si è consumato.

   Qualche giorno fa, a un decennio di distanza, il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo che denuncia la ripresa delle costruzioni nelle zone più pericolose investite dalla frana, e l'assenza di un sistema di sicurezza. Il Comune di Sarno verifica centinaia di abusi edilizi, dovuti in particolare ad ampliamenti di case non autorizzati. E ci sono molte famiglie che attendono ancora la casa, benché sia proclamato l'impegno delle amministrazioni pubbliche a concludere tutta la ricostruzione entro il 2010. E' citata Legambiente che, nel dossier presentato su Sarno, dubita che il territorio colpito dalle frane sia ora più sicuro, sostenendo che i lavori prodotti non hanno allontanato il pericolo. Evidente anche il rischio che la cronica difficoltà nella raccolta delle immondizie possa ispirarne il trasloco, più o meno clandestino, nelle vasche di contenimento e nei canali di sfogo aperti dai lavori pubblici effettuati, contribuendo all'otturazione dei tombini con effetti disastrosi sull'ecosistema.

"Il Mattino" di Napoli, per parte sua, nell'edizione salernitana, ha osservato che sono state realizzate opere di ricostruzione per circa i 2/3 del totale stanziato, costringendo molte famiglie a situazioni non più sostenibili.

   La vicenda di Sarno e dei suoi morti di frana risulta esemplare, in quanto al caso Italia. Vi si ritrovano gli ingredienti critici sui quali abbiamo più volte avuto occasione di ragionare. Dall'insipienza di certa pubblica amministrazione, al dissesto idrogeologico e ambientale perpetrato dalla popolazione, alla negazione dei diritti della zolla di terra, da cui pure la stragrande maggioranza di noi proviene per storia famigliare.

   I cambiamenti climatici in corso, i fenomeni estremi in aumento, obbligano i governanti italiani alla cura del territorio, in particolare della montagna. Occorre che i ministri competenti appena nominati, si riuniscano in conferenza di servizi, impostando la risposta giusta di fronte ai rischi tuttora incombenti. Gli elementi naturali dimenticati dall'era tecnologica e dalle creazioni dell'industria dell'entertainment (la terra, l'acqua, il fuoco) rivendicano i loro diritti e devono necessariamente tornare nella giusta considerazione. Occorre imbrigliare il nuovo dei nostri tempi all'interno di progetti armonizzati con la natura, concepiti al servizio dell'uomo e delle comunità.