Libera

Il saper vivere

di Elisabetta de Dominis

Il Saper Vivere di Donna Letizia (ristampato in edizione economica dalla Rcs per i tipi Bur) rimane sempre il grande classico della buone maniere. Tuttavia non è la bibbia dello stile. E questo non perché Colette Rosselli non conoscesse il modo di condursi nella buona società, ma perché alcune terminologie utilizzate possono al giorno d'oggi venir mal interpretate, come alcune usanze sono cadute in disuso, mentre altre si sono affermate, rasentando talvolta la maleducazione o il cattivo gusto.

Se infatti una signora non si sogna più di presentarsi a tavola col cappello, il manuale non spiega in che modo prendere in mano un calice di vino. Ma poco importa: anche il commensale più villano ha appreso dal sommelier della sua enoteca di fiducia come non passare per uno che di vino non se ne intende. Confondendo il ruolo di una persona che per lavoro serve il vino con il comportamento che bisogna tenere nel ricevere un bicchiere di vino. Pazienza se è antiestetico vedere una grossa mano reggere a pugno quasi chiuso lo stelo sottile del bicchiere, nel timore di scaldare il vino, ma risulta davvero disgustoso dover guardare un commensale attardarsi con il naso nella coppa per odorarne gli aromi. Non si può non notare il tipo di naso e i cespugli che talvolta albergano nelle sue narici. Diceva il conte Giovanni Maria Perrone: "La coppa si abbraccia come una donna per un fugace giro di valzer". Ma ormai l'emozione ha lasciato il campo all'analisi sensoriale, che ci spiega - ahimé - il piacere che dovremmo provare.

Premesso che a tavola le buone maniere richiedono di avere un atteggiamento di nonchalance verso quanto si assapora, perché non bisogna anteporre l'attenzione per il cibo a quella dovuta ai commensali, che dire quando la dissertazione enogastronomia domina la conversazione conviviale? Invece nessun senso di inadeguatezza desta lo stare a tavola impugnando le posate come un minatore la pala, infilando degli stuzzicadenti nell'arco dentale con maggior dimestichezza che un dentista il trapano, infilzando l'insalata come una fattucchiera la bambola contro il malocchio, trafiggendo il tiramisù con il coltello o portando alternativamente coltello e forchetta alla bocca con la sicurezza di un giocoliere e la temerarietà di un lanciatore di coltelli.

Rimanendo sull'argomento tavola, che è diventato lo sport nazionale, quanti uomini si alzano quando al loro tavolo si avvicina una signora? E quale ragazzo lo fa? Quale ragazza scatta graziosamente in piedi per salutare l'amica della mamma? Tali comportamenti però non sono un segno dei tempi che cambiano, ma di maleducazione. Perché alla base dei rapporti sociali non c'è più il rispetto verso il prossimo.

Neppure Donna Letizia era infallibile: ma come ha fatto a scrivere che "l'invitata si siede senza aspettare l'esempio della padrona di casa - e - gli invitati cominciano a mangiare appena si sono serviti"? Quando basterebbe seguire i dettami della gentilezza d'animo e del rispetto dovuto agli ospiti (ospitanti e ospitati), considerato sacro già nell'antico costume romano, per non passare da cafoni pieni di sé.

 Se poi si difetta di queste sensibilità, ma si vuole fare bella figura, basta consultare i più autorevoli manuali italiani e stranieri di buone maniere per capire che si attengono ancora a Erasmo da Rotterdam, il quale nel lontano 1530 insegnava nel De Civilitate morum puerilium: "Alcuni non appena seduti, allungano immediatamente le mani verso i piatti. Ma così fanno i lupi... E' bene aspettare per un po', affinché il fanciullo si abitui a dominare i propri istinti".

Ma una volta l'educazione si riceveva da piccoli, mentre oggi viene improvvisata da persone ascese nella scala sociale da adulte. Le quali dovrebbero leggere com' è nato il gesto di cortesia che ha instaurato "La civiltà delle buone maniere", titolo dell'istruttivo saggio scritto nel 1969 da Norbert Elias, edito da Il Mulino.

Per scongiurare la sua discesa sociale, l'uomo di potere sceglie di contornarsi di yes man che non reputa alla sua altezza, mentre nel medioevo l'imperatore considerava suoi pari, comes inter pares, coloro che  si comportavano con correttezza, sinonimo di rigore morale e civiltà.