SPECIALE/STORIA&POLITICA/ Alla riscoperta del riformismo

di Stefano Vaccara

Con le elezioni dello scorso aprile, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana il Partito Socialista è sparito dal Parlamento. E per la prima volta anche le forze della sinistra ancora comunista, che una volta si sarebbe chiamata "massimalista", non sono più rappresentate. Tra gli scranni di Montecitorio e di Palazzo Madama, sono quindi rimasti i deputati del PD di provenienza DS (a sua volta con dentro una pattuglia di parlamentari del Partito radicale di Pannella)  a rappresentare la sinistra italiana. Una sinistra, composta ancora da tanti ex comunisti come lo stesso Veltroni, che ama ora farsi chiamare "riformista". Ma, secondo Spencer Di Scala, professore di storia italiana alla University of Massachusetts di Boston, coloro che rimangono a rappresentare in Parlamento la sinistra italiana, prima di potersi fare chiamare riformisti dovrebbero prima riuscire ad avere coscienza della memoria del riformismo italiano per troppo tempo  invece "cancellato dalla storia".

Di Scala è l'autore  del saggio Filippo Turati: Le origini della Democrazia in Italia (Critica sociale, 2007), un libro uscito in Italia proprio in occasione del 150 anniversario della nascita di Turati fondatore nel 1892, insieme alla sua compagna Anna Kuliscioff, del Partito Socialista italiano e quindi "padre" del riformismo italiano.

La prefazione al libro di Di Scala è di un autorevole socialista contemporaneo, Giuliano Amato, che ha scritto: "... il riformismo non è una spada che taglia incontaminata la storia, ma è cultura e azione umana che fa la storia perché della storia è parte e quindi ne risente, la plasma  e inevitabilmete finisce per esserne plasmata.... riformista è chi ‘l'aveva detto prima degli altri', compresi quelli che lo avevano criticato quando lo aveva detto. È straordinariamente vero . Ed è un vero peccato che in tempi di così intensa e anche coraggiosa revisione di impostazioni passate a Turati ancora non lo sia riconosciuto. Che ci voglia la scoperta di una qualche citazione di Gramsci in suo favore perché ciò accada?"

Abbiamo intervistato lo storico americano Spencer Di Scala per parlare del suo importante libro su Turati e anche per saperne l'opinione sul terremoto avvenuto nelle ultime elezioni e se questo possa rappresentare un ritorno al futuro per la sinistra di un paese democratico condizionata troppo a lungo dal Partito comunista più grande dell'Occidente.

Professor Di Scala, "Le origini della democrazia in Italia", prosegue così il titolo del suo libro su Filippo Turati.  Studiare il fondatore del Partito socialista italiano serve a capire tempi e limiti della giovane democrazia italiana?

«Sì. Ovviamente le origini della democrazia in Italia vanno ben più indietro di Turati, ma il tardo diciannovesimo secolo e i primi del ventesimo sono stati il periodo della semina per la moderna democrazia italiana (così come in altre parti d'Europa) dato il problema posto dalla necessità di integrare nuovi gruppi creatisi dall'avanzare dell'industrializzazione nei sistemi politici di questi paesi. Questo è stato un processo doloroso e non sempre interamente riuscito».

Nel suo libro Turati appare come colui che, con le sue idee e tattiche riformiste e gradualiste, ha ragione rispetto al massimalismo rivoluzionario, maggioritario sia dentro il suo partito e, dopo il ‘21, anche tra i comunisti. Turati avrebbe avuto ragione quindi, ma solo col senno di poi, perché in vita Turati fu sconfitto e morì esule nel 1932 a Parigi. Tra i suoi nemici, furono i comunisti o i fascisti i maggiori responsabili della sua sconfitta?

«Non direi che il "massimalismo rivoluzionario" è stato sempre "maggioritario" nel Partita Socialista Italiano. Turati e Anna Kuliscioff furono i primi fondatori del partito e fino al 1901 questi ebbero il controllo dell'organizzazione anche se l'estrema sinistra causò molti problemi. Turati condusse la resistenza alla reazione del 1890 e le tattiche che guidò salvarono la democrazia italiana. Le sue tattiche crearono anche un forte movimento dei lavoratori tra il 1901ed il 1903, ma dal 1903, cambiarono le condizioni e le irragionevoli tattiche sostenute dalla estrema sinistra condussero alla vittoria della stessa. In ogni modo, appena la sinistra applicò le sue tattiche di sciopero fu velocemente screditata, portando al ritorno dei riformisti al potere e alla loro fondazione di un sindacato nazionale, la Confederazione Generale del Lavoro ( che divenne dopo la Seconda Guerra Mondiale la CGIL, circostanza che i suoi leader hanno dimenticato durante le recenti celebrazioni...). Durante la guerra di Libia i riformisti persero il controllo della sinistra e del suo capo Benito Mussolini.

Quindi, per rispondere alla sua domanda: i comunisti e i fascisti  sconfissero insieme Turati. La violenza è una forma primitiva di azione sociale, ed entrambi i gruppi la sostennero. Turati supplicò la sinistra di non sostenere la violenza perché su quel terreno la destra avrebbe sempre vinto. Ma i comunisti credevano che i socialisti riformisti e non i fascisti fossero il vero pericolo. Gramsci lo scrisse già nell'aprile del 1921».

  Nel suo libro la via riformista di Turati ci appare come l'unica strada per la debole democrazia italiana. Cioè, se avesse vinto Turati nelle lotte intestine al Partito socialista e con i comunisti, all'Italia probabilmente sarebbe stata risparmiata la dittatura fascista... Questa tesi viene accettata in Italia?

«Non è che questa tesi non sia accettata in Italia, più semplicemente gli italiani non si confrontano con questa idea. Le azioni di Turati per prevenire le reazioni in Italia nel biennio 1898-1900 sono viste in un contesto isolato e come un grande errore. Le teorie di Turati su come combattere la reazione (di cui credeva l'Italia fosse sempre pronta) furono enunciate nel 1892-93, quindi le sue tattiche prima e dopo le crisi della fine del secolo furono un esempio dell'applicazione delle sue teorie. Se queste teorie fossero state applicate dai socialisti dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, io credo che il fascismo non sarebbe giunto al potere»..

Lei accusa i comunisti di non aver fatto ancora i conti con la storia della sinistra in Italia. Non solo quando c'era ancora il Partito Comunista, ma anche con i DS e persino anche in quest'ultimo approdo dei seguaci del partito fondato da Gramsci nel Partito Democratico. Sulla storia del socialismo italiano e quindi con le idee e la figura di leader come Turati, cosa avrebbero dovuto fare gli ex comunisti che non hanno fatto? Cosa non ha ancora detto Veltroni?  La sinistra italiana dovrebbe forse tirar giù i ritratti di Gramsci, Togliatti e persino Berlinguer per sostituirli con quello di Turati?

«I nodi vengono al pettine. Ad un certo punto, le persone capiscono e detestano la disonestà. Il PCI era disonesto con se stesso. Seguiva la politica del "doppio binario", sostenendo che voleva perseguire la strada democratica al potere ma rassicurando il nocciolo duro dei suoi seguaci che avrebbe saputo poi come mantenerlo e applicare il comunismo una volta giunto al potere. Questa idea, da furbi, sopravvisse anche alla caduta del comunismo; lo testimonia il ragionamento fatto dagli ex comunisti italiani che il PCI non avrebbe voluto imporre in Italia un comunismo di stampo sovietico. Ma basta guardare alle passate edizioni dell'Unità e di Rinascita per vedere che menzogna fosse questa. Quando Stalin morì, L'Unità titolò: "Gloria eterna all'uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell'Umanità."  I comunisti e i loro successori non vogliono ammettere che per settanta anni avevano avuto torto e che le loro politiche aveva ritardato il progresso italiano, anche se ammettiamo che anche loro fecero qualcosa di buono - anche se le fecero scalciando e gridando che erano obbligati a farle se volevano sopravvivere. La gente può anche comprendere che uno possa cambiare opinione, ma non che le cose non fossero mai state in un certo modo. Gli ex leader comunisti non hanno mai espresso esplicitamente - e chiaramente che il PCI ha seriamente errato - senza il solito giro di parole. Penso che i leader del  PD devono fare ciò perché il loro partito si porterà ancora per molto tempo la macchia del suo peccato originale di aver santificato Gramsci e Togliatti. Berlinguer era qualcosa di meglio, ma anche lui rimanva un comunista fino alla fine. Quindi, per rispondere alla domanda, penso che la sinistra italiana dovrebbe buttare giù i quadri di questi leader e guadagnarsi il diritto di mettere su l'immagine di Turati».

Per la prima volta nella storia della Repubblica, il Partito socialista non è più rappresentato in Parlamento e con lui non lo sono neanche le forze della sinistra ancora comunista, quelle chiamate una volta "massimaliste". Cosa pensa di questa coincidenza, della contemporanea debacle sia dei socialisti eredi di Turati che dei comunisti eredi di Togliatti?

«Io credo che le forze "comuniste" si meritino ampiamente di non essere rappresentate in Parlamento. Per quanto riguarda i socialisti, hanno pagato l'ultima rata per i loro errori commessi dopo la Prima e la Seconda Guerra Mondiale e per l'incapacità di riorganizzarsi dopo la sconfitta di Tangentopoli. Anche, non mi sentirei di dire che i socialisti di Boselli possano essere considerati "gli eredi di Turati". Sono stati invischiati nei peggiori aspetti del sistema politico italiano in un modo che mai accadde a Turati e che lui non avrebbe mai condonato».

Lei è uno storico e non un politologo, eppure le chiedo il suo giudizio sul risultato nazionale delle elezioni italiane, con la netta vittoria della destra di Berlusconi-Fini-Bossi che poi sfonda anche a Roma: quali sarebbero le ragioni principali della sconfitta della sinistra italiana?

«Se un partito vince le elezioni ci sono sempre delle ragioni e una di queste non è certo quella che la gente non sa quello che fa. Parliamone francamente: il governo Berlusconi del 2001-06 fece poco; la responsabilità fu principalmente di Berlusconi ma la sinistra ebbe anche le sue colpe. Perché l'elettorato italiano ha votato in favore di Berlusconi nonostante la sua precedente performance? Principalmente, credo, perché era stato disgustato dal governo di centrosinistra, anche se questo aveva raggiunto degli obiettivi importanti. Comunque, molte delle difficoltà del centrosinistra furono create per sua stessa colpa. Provò troppo ad includere l'estrema sinistra. Quest'ultima aveva già causato a Prodi molti problemi l'ultima volta che aveva guidato il governo e quindi avrebbe dovuto capire dove si stava cacciando. Ci sono cose peggiori del perdere. Gli italiani hanno dimostrato di saper meglio di lui che la presenza della estrema sinistra avrebbe ostruito l'azione del governo. L'estrema sinistra era ormai diventata parassitaria, così quando gli italiani hanno avuto l'opportunità di escluderla dal Parlamento, l'hanno fatto con prontezza».

Veltroni ripeteva che il suo Pd era il partito dei "riformisti" e per questo rifiutava l'alleanza con la sinistra radicale, e alla fine ha perso.  Dallo studio delle idee di Turati e del riformismo italiano, c'è una lezione che dovrebbe imparare chiunque voglia dirsi riformista in Italia per evitare di essere sempre condannato alla sconfitta?

«Io credo che Veltroni abbia esluso l'estrema sinistra perché i sondaggi gli mostravano che il PD avrebbe preso più voti facendo così. Questa era la ragione sbagliata: doveva essere esclusa per la ragione che ha poco da dire in una società moderna, che le sue azioni nel governo di centrosinistra erano disastrose, e che quindi il PD ripudiava questo comportamento. Penso che questo sarebbe stato un approccio più onesto al quale gli elettori italiani avrebbero risposto.  Per quanto riguarda il PD essere un partito "riformista", è facile a dirsi, come è facile dire che "Turati aveva ragione". Comunque, tutti sappiamo come i comunisti e i loro successori denunciarono il riformismo fino all'ultimo momento possible e che ora essi sono "riformisti" perché è l'unico modo per loro di sopravvivere. Ma quello che ci sarebbe bisogno è di un aggiornamento di ciò che la tradizione riformista veramente significhi in Italia. Molte delle idée di Turati (e delle idée dei social democratici europei) sono state attuate. Eppure Turati è stato denigrato dalla sinistra ed è stato "messo fuori" dalla storia. Il fondamentale significato della tradizione riformista è stato perduto in Italia; la memoria storica di Turati è stata perduta. La sinistra italiana è ignorante sulla tradizione riformista (per questo pensa ancora che il "compromesso storico" di Berlinguer fu chissà quale novità). Penso che quello di cui l'Italia abbia bisogno, è di recuperare la memoria storica di Turati e della sua tradizione e di rinnovare quella tradizione. Invitare Howard Dean al congresso fondatore del PD è stato un bene, ma la tradizione del Partito Democratico negli Stati Uniti non è quella della sinistra italiana. Gli italiani hanno bisogno di riscoprire le loro radici e di nutrirle".