PUNTI DI VISTA/ Decadentismo scolastico

di Toni De Santoli

La scuola pubblica italiana, come del resto quella privata, versa in cattive condizioni. Essa non è più la fonte di sapere e il mezzo di formazione che noi conoscemmo cinquant'anni fa. Anche se a quell'epoca si notavano qualche scompenso e qualche insufficienza. Esempio: tanto, troppo, Manzoni, ma niente Steinbeck e ben poco Shakespeare. Però, la scuola di allora te li sapeva insegnare il greco e il latino. Te la sapeva insegnare la matematica. Ti faceva appassionare alla fisica. Ti sapeva collocare idealmente (tanto che la cosa poteva sembrarti reale!) nella Roma delle Guerre Sociali, nella Roma di Augusto, nell'Ellade di Platone e Aristotele. Ti permetteva di acquisire una grande dimestichezza con Virgilio, Orazio, Dante, Kant, Hegel.

Da quella scuola uscivano bravi cittadini italiani. Da quella scuola uscivano studenti che eseguivano poi con scioltezza gli studi universitari e diventavano ottimi ingegneri, ottimi chirurghi, ottimi amministratori e così via. Quella scuola seppe formare anche giornalisti di alto valore, giornalisti poliedrici, duttili. Soprattutto, giornalisti la cui rapidità d'azione non aveva eguali nel resto del mondo. Era così. Questa è Storia. E' oggettività.

La crisi della scuola italiana è da parecchio tempo tema di dibattiti e discussioni. Eppure, sembra non esserci rimedio al disfacimento non diciamo generale, ma piuttosto esteso, in cui si dibattono l'insegnamento pubblico e l'insegnamento privato. Ma noi prestiamo più attenzione alla scuola statale che a quella privata. Per noi "la scuola" è solo quella statale. Quella interclassista. Quella in cui allo stesso banco sedevano il figlio dell'avvocato e il figlio del tranviere. Anche oggi il figlio del libero professionista divide il banco col figlio del salariato. Ma fra i due non si creano l'affiatamento, il cameratismo, l'interesse reciproco che si creavano un tempo. La società "egalitaria" in cui viviamo, egalitaria non è affatto. Lo era molto di più la società "classista" d'una volta... Singolare, vero?

Insomma, oggigiorno sembra che si impari ben poco nelle scuole italiane. Sembra che solo in pochissimi licei l'insegnamento abbia il respiro, l'ampiezza, l'organicità del tempo che fu. C'è un esempio, a riguardo, che illustra la situazione in tutta la sua drammaticità. Abbiamo appreso in questi giorni che in un liceo italiano, anzi, in un liceo romano, lavora una professoressa che ai propri alunni indica il periodo fra le due guerre mondiali come "l'epoca del Decadentismo"...  Qui è ovvio il grossolano errore lessicale e concettuale: siccome gli Anni Venti e Trenta preparano il cataclisma della Seconda Guerra Mondiale, ecco, quindi, che per questa signora sono quelli i tempi del "decadentismo"... E' vero, invece, il contrario: comunque la si pensi, fra gli Anni Venti e Trenta il comunismo sovietico, il nazionalsocialismo, il fascismo, la società inglese, la società americana - ma ciascuno in modo diverso dall'altro - rappresentavano proprio la risposta al Decadentismo. Il Decadentismo è ottocentesco. Anzi, è un fenomeno culturale e morale di fine Ottocento. I suoi incontestabili campioni sono D'Annunzio e Wilde. Il Decadentismo era già tramontato all'alba della Grande Guerra. L'avvento delle macchine e la velocizzazione della vita quotidiana ne avevano provocato e sancito la fine.

Ebbene: in una scuola pubblica italiana c'è una insegnante che questo non lo sa (è come se un ginecologo non distinguesse un forcipe da un bisturi!). Ma in tutto ciò c'è qualcosa di ancor più impressionante, e cioè che la professoressa in questione probabilmente è nata, ed è stata allevata, da genitori formatisi nella vecchia scuola italiana... Mica è piovuta dalla Luna. Quest'argomento merita eccome uno studio approfondito.