Il rimpatriato

Il Paese delle emergenze programmate

di Franco Pantarelli

Il fatto che l'Italia è il Paese in cui le regole esistono ma non si rispettano è un mio pallino da quando son tornato a vivere qui dopo vent'anni di America. Ma la vicenda di cui parlerò oggi è capace di battere anche il più immaginifico degli inventori dei trucchi per togliersi dai piedi appunto le regole. A trovare il marchingegno per aggirarle, in questo caso, non è infatti il costruttore edile che ignora le misure di sicurezza fidando sul fatto che tanto gli ispettori incaricati di controllare sono pochi, non hanno i mezzi per rispondere alle segnalazioni ricevute e quando i mezzi ci sono non si possono muovere perché non ci sono i soldi per comprare la benzina; né il padrone di casa che si fa firmare due versioni del contratto d'affitto: una destinata all'inquilino, con una somma spropositata, e una con una somma molto più ragionevole da mostrare al fisco; nè tanto meno il Berlusca che - come ha ripetutamente fatto durante il "suo" quinquennio 2001-2006 - per raddoppiare i profitti delle sue aziende (ed anche per evitare la galera), più che aggirarle le norme le cambia semplicemente a suo piacimento. No, in questo caso - scoperto e documentato dai soliti Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, quelli di "La Casta", il libro che ha seminuto il disgusto generale per i privilegi di cui gode la cosiddetta "classe politica" - ad aggirare le norme è proprio quello che le fissa. "Lo Stato che fotte le regole dello Stato. Geniale", chiosa il valente Stella, che spiega: "la bacchetta magica si chiama emergenza".

Di che si tratta? A fare chiarezza ci sono gli esempi. Il primo si chiama David di Donatello, che non è la statuetta con cui vengono premiati i tristi cinematografari italiani, ma la statua vera conservata nel museo del Bargello a Firenze. Aveva bisogno di restauro, quella statua, e il governo era intenzionato ad assicurarglielo. Ma contro questa intenzione si ergeva un muro pressoché invalicabile costituito da una marea di leggi astruse e spesso contraddittorie: quella per lo stanziamento dei fondi, quella per i criteri di scelta dei restauratori, quella che fissa i permessi da ottenere, quella che stabilisce la funzione delle sovrintendenze e così via, con tutto il corollario di cavilli e rinvii che si stagliava nello sfondo. Che fare per evitare tutto ciò ed assicurare che la statua di Donatello venisse restaurata in un tempo ragionevole? Cambiare, esemplificandole, tutte quelle norme? Troppo complicato. Seguire l'iter previsto sperando di accelerarlo al massimo? Impossibile. Non restava che il ricorso alla parola magica di cui si diceva: quell'emergenza che mette in moto la macchina spianatrice del provvedimento "straordinario". La motivazione ufficiale di quel ricorso sembra una barzelletta. I soldi stanziati, infatti, vengono considerati necessari "per il proseguimento delle iniziative finalizzate al recupero del patrimonio storico-artistico danneggiato dagli eventi alluvionali che hanno colpito Firenze nel 1966". Sì, proprio il 1966. Quarantadue anni durante i quali, si suppone, la statua di Donatello è stata perennemente sul punto di cadere sulla testa dei visitatori del Bargello.

Conclusione: la Protezione Civile, cioè l'ente che come compito ha quello di organizzare il salvataggio dei cittadini in caso di calamità naturali, è stato trasformato nel grimaldello indispensabile per aprire le porte che le leggi accumulatesi una sull'altra nel corso degli anni spietatamente chiudono. In pratica, tutto ciò che si fa - dalla visita del papa ad Assisi alla spesa di tre milioni di euro per "agevolare" il pellegrinaggio del papa medesimo a Loreto; dagli stanziamenti per l'organizzazione della riunione del G8 nel 2009, quando la presidenza sarà dell'Italia; ai mondiali di nuoto; dal campionato (anch'esso del mondo) di ciclismo ai Giochi del Mediterraneo - passa attraverso l'emergenza, assieme alle celebrazioni per i 150 dell'Unità d'Italia che avveranno nel 2011, una cosa che stabilisce anche il concetto di "emergenza programmata": una contraddizione in termini che trasporta l'intera faccenda sul terreno della più beata surrealtà.