SPECIALE/25 APRILE/ Le donne ritrovate della resistenza

di Eleonora Mazzucchi

Di questi tempi in Italia, in cui pare quasi si sia sviluppata una riluttanza popolare ad onorare il giorno della liberazione, la storia  del movimento partigiano richiede di essere rivisitata e riscoperta. Attraverso un lento approfondito sguardo sul passato, si scoprono nuovi protagonisti, attori trascurati e relegati al sottofondo delle battaglie storiche della resistenza italiana. Così ecco che fra i nostri eroi del '45 finalmente rispuntano le donne. Erano state dimenticate, nascoste anche dagli stessi compatrioti con cui combattevano. Ed è solo negli ultimi quattro anni che due studiose, elaborando su un campo di ricerca tuttora limitato, sono riuscite a far riemergere questi personaggi dall'oscurità, a salvarle dalla polvere di testi inesplorati. Le professoresse Rosetta D'Angelo (Ramapo College) e Barbara Zaczek (Clemson University) l'hanno fatto con un nuovo libro pubblicato in inglese ed intitolato "Resisting Bodies: Narratives of Italian Partisan Women". La loro opera è stata presentata al Ramapo College del New Jersey dove la Prof. D'Angelo insegna storia e cultura italiana, il 23 aprile, due giorni prima dell'anniversario della liberazione.

Nell'introduzione del libro scritta dallo storico  Stanislao Pugliese, si rivelano statistiche importanti. Si calcola che le donne partigiane in Italia avessero raggiunto il numero di 35.000, di cui 20.000  impegnate in battaglie armate, altre 5.000  arrestate e torturate dal regime fascista, altre ancora condannate ai campi di concentramento. Non c'è dubbio sul coraggio avuto da queste donne che si sono valorosamente battute contro l'oppressione, la depravazione e soprattutto la dottrina maschilista del fascismo. Pugliese teorizza che i sacrifici di questa minoranza femminile abbiano addirittura contribuito ad una transizione quasi automatica al suffragio universale in Italia, e negli anni successivi, ai diritti al divorzio e l'aborto. Però D'Angelo e Zaczek nella loro ricerca vanno oltre le specificazioni storiche e, tramite i testi da loro recuperati, cercano le verità non solo strettamente storiche quanto psicologiche delle donne di un movimento rivoluzionario, a volte brutale.

 "Resisting Bodies" si divide in due parti; la prima composta di saggi autobiografici e la seconda di racconti che per la maggior parte si basano su fatti realmente documentati. Alcune scrittrici dell'antologia sono relativamente sconosciute, resuscitate dalle professoresse in una ricerca d'archivio durata l'arco di quattro anni, mentre altre, come Ada Gobetti, sono già state oggetto di studio. In toni commossi, quasi personali, all'evento di mercoledì scorso D'Angelo e Zaczek hanno letto nell' italiano originale alcuni di questi testi, mettendo in luce l'esemplarità dell'impegno non solo partigiano, ma partigiano-femminile in tutte le sue sfaccettature.

 Nel testo tratto da un'autobiografia di Tersilla Fenoglio Oppedisano si scopre lo stigma che perseguitava la donna combattente, quella di "puttana". Oppedisano scrive: "Ero l'unica donna della squadra. C'era una relazione familiare fra di noi: era una cosa meravigliosa, da non crederci. Quando una donna vive con mille uomini, è facile dire, ‘È puttana'. D'altronde, se dormivo la sera in una stalla con trenta uomini non mi potevo aspettare che la gente credesse che io stessi recitando il rosario. Ero consapevole del fatto che tutti mi chiamavano una puttana e l'ho accettato serenamente, però vivevo come una cattolica." Oppedisano aggiunge che non le era permesso partecipare alle manifestazioni pubbliche, soprattutto alle parate celebrative, perché era visto come "poco serio" fare sfilare donne, adirittura dannoso alla causa partigiana. Ricorda, ai tempi, di aver protestato contro questa proibizione, per sentirsi invece, alla fine, sollevata: gli uomini della sua squadra ...

l'avevano protetta da un pubblico che lanciava urli accusatori e meschini contro donne della sfilata. D'Angelo avrebbe ammesso che storicamente esistevono prostitute dentro i platoni partigiani e che essere scambiata per una di loro costituiva un pericolo reale.

 I racconti di Maria Luigia Guaita e Marcello Venturi (quello di Venturi pubblicato nell'Unità nel 1946) raffigurano donne partigiane che, pur di portare avanti gli obiettivi della resistenza, non esitano ad attingere alla percezione archetipica della donna, usufruendo del potere di seduzione classicamente attribuito alle "femmine". In questi testi la donna nasconde se stessa dietro gesti dolci e amoreggianti, quando una situazione rischiosa lo richiede. E' questo gioco d'identità sessualizzata, ma al servizio della "causa", che nel loro studio hanno voluto enfatizzare D'Angelo e Zaczek.

 Nel corso di questo gioco, in cui si mescolavano lati diversi dell'essere femminile (istintualità e impegno politico) e nella durezza della lotta armata, le partigiane sacrificavano un'elemento sostanziale di se stesse, una certa primitiva innocenza-come peraltro accade a chiunque presta l'anima alla guerra. In uno dei saggi autobiografici di "Resisting Bodies", Giovanna Zangrandi scriverà: "Che strana emozione essere ricordata come donna. Evoca il desiderio di un passata lontano, di un'infanzia senza ritorno, di una mana tranquillizzante che ti accarezza, diversa da tutte le altre mani."