PUNTI DI VISTA/ Il lusso sfrontato dell'Italia dei privilegiati

di Tony De Santoli

L'altro giorno per oltre un paio d'ore siamo saltati col telecomando da un canale all'altro delle reti Rai e Mediaset. A dominare la scena era il lusso. Il lusso quasi sfrenato. Il lusso ostentato. Così, del resto, è l'Italia d'oggigiorno, anche se ormai lo è da un bel pezzo. Le origini storiche di questo non esaltante fenomeno, risalgono agli Anni Ottanta. Ma fra quell'epoca e i giorni nostri c'è comunque una certa differenza. Allora un fondo d'innocenza o un lieve e dolce imbarazzo per una fortuna appena ricevuta, per una promozione ottenuta, si intravedevano, si notavano. Oggi, no. Oggi il privilegiato ha perfino la faccia tosta di venire a dirti che lui, o lei, tanto potere, tanta influenza, tanto denaro, se li merita. Se li merita perché lavora sodo, sgobba, s'ingegna e affronta responsabilità politiche, guarda caso, sempre "gravose". Tu, cittadino qualunque, lui o lei li devi soltanto ammirare. Anzi, hai il dovere di ammirare l'uno o l'altra.

In Italia il lusso, oggi, ti viene sbattuto in faccia. Te lo sbattono appunto in faccia la Rai e Mediaset,  lo sfoderano davanti ai tuoi occhi gli uomini politici, gli industriali, gli economisti, i grandi dirigenti, gli animatori e le animatrici della scena mondana. Che, mondana in senso classico, più non è. Se ne sono andati l'eleganza, il tatto, il senso della misura. Oggi, i "presentatori", gli "usufruttuari" del lusso sembrano senza eccezione alcuna tizi e tizie vestite a festa. Non è per fare gli snob, ma si vede che quasi nessuno di loro è nato con giacca e cravatta e che quasi nessuna di loro è nata con una camicietta di seta...

 L'Italia della televisione, del cinema, della pubblicità non ha attenzione che per gli abbienti, gli agiati, i ricchi, i potenti. I potenti, i facoltosi che però procedono a colpi di "tagli" nelle loro imprese, aziende, ditte e magari vanno poi ad aprire impianti o succursali in Paesi la cui manodopera è disposta a sudare dalla mattina alla sera per tre o quattro euro all'ora. In Italia, nel frattempo, si è dato luogo, "of course", a ennesimi "tagli"...

Prendete, per esempio, la pubblicità. La pubblicità è ormai asfissiante. E' martellante. Non conosce più  limiti, non conosce più regole. Non a caso, i suoi personaggi, quelli presentati in tv o sui periodici, hanno l'aria "dei ricchi", dei ricchi spensierati, sani, felici. La vecchia massaia che maneggia un aspirapolvere o la ragazza semplice, un poco dimessa, che scopre un dentifricio strabiliante, sono figure tramontate. Figure sparite. Sparite perché l'una e l'altra sono forse soggetti appunto scomparsi dalla vita quotidiana, dalla scena sociale? Neanche per sogno. Qui a Roma, come altrove, basta montare su un qualsiasi autobus per imbattersi in ragazze dimesse, stanche, dall'aria preoccupata o basta fare quattro passi al mercato di Testaccio per notare una gran quantità di "massaie" impegnate nella ricerca, spesso vana, dell'alimento che costi poco.

Morale: l'Italia dei Prodi, dei Berlusconi, degli stessi Rutelli, dei dirigenti tv, dei soggettisti e sceneggiatori di "fiction" o di cinema, non ha nessun interesse verso il cittadino qualunque. Del cittadino qualunque quest'Italia non avverte gli affanni, le ansie, l'avvilimento. Non c'è più (altro esempio) una cinematografia sociale in questo Paese. Non può del resto esservi, poiché che cosa sia il sociale, i produttori, i registi, gli attori d'oggigiorno neanche lo sanno.

Ma scommetteteci pure: entro tre mesi, il governo Berlusconi tornerà a cantare la canzoncina "illustrativa" di un'Italia in cui stiamo tutti bene, siamo tutti ricchi e allegri. Siamo tutti americani!