Che si dice in Italia

Totti l'attira capitali

di Gabriella Patti

La Roma, intesa come la squadra di calcio, è "oggetto di desiderio e di occhiuta rapina" come dice coloritamente il suo consigliere d'amministrazione, Giuseppe Marra? O ha invece ragione Silvio Berlusconi? Sappiamo tutti che il prossimo capo del governo sì che si intende del pallone. Quindi forse ha ragione se, in merito alle insistenti voci di un possibile passaggio della società giallorosa dalla famiglia Sensi al finanziere americano-internazionale George Soros, se la cava diplomaticamente con un: "Se arriva qualcuno che può rendere felici i tifosi è bene accetto". Per la verità questa querelle pallonara mi interesserebbe poco, ma di questi tempi il convento non passa molto altro. E allora, dopo avere fatto auguri di cuore al simpaticissimo capitano Francesco Totti per una rapida guarigione, vediamo di capirci qualcosa. Ovviamente mi piacerebbe che le aziende italiane restassero in mani italiane, senza per questo nulla togliere all'inarrestabile sviluppo della globalizzazione, all'incremento degli scambi commerciali e all'abbattimento di frontiere doganali e steccati  vari. Ma è altro ciò che mi colpisce in questa vicenda minore di compravendita in ambito sportivo. Noto infatti con piacere e con un certo stupore che ci sono ancora delle imprese italiane che possono attirare l'interesse dei capitali stranieri. Certo, si tratta solo di aziende di calcio. Ma dal momento che questo nostro Paese non è che produca molto altro, allora è giusto così.

   PARLANDO DI ACQUISTI STRANIERI impossibile non pensare ad Alitalia. Come era prevedibile, alla fine per garantire un paio di mesi di ossigeno al colosso morente di via della Magliana è dovuto intervenire Pantalone, cioè il contribuente italiano: quei 300 milioni di euro di prestito-ponte assicurato dalle casse dello Stato gridano vendetta a Dio e fanno giustamente inarcare il sopracciglio e qualcos'altro ai controllori dei conti di Bruxelles. Come era prevedibile, la prima cosa che Berlusconi ha dovuto dire (ma ovviamente l'ha detta dopo le elezioni, non prima) è che, mettetela come volete, qualsiasi operazione di salvataggio della ex compagnia di bandiera dovrà prevedere molti "dolorosi tagli" di personale. Come era prevedibile, non c'era la famosa cordata di imprenditori italiani che il Cavaliere assicurava fossero già pronti, assegno in mano, a salvare per onor di Patria l'Alitalia. I primi, cauti, nomi (peraltro insufficienti come massa economica per un'impresa titanica e disperata come questa) cominciano a circolare solo ora. I nostri coraggiosi industriali hanno prima voluto avere la certezza ultramatematica che Berlusconi non solo ha vinto, ma ha stravinto. E allora, sappiamo, tutti pronti a venire in soccorso al vincitore. Non si sa mai.  

STESSO DISCORSO PER I COSIDDETTI INTELLETTUALI. Confesso che ho letto con divertimento sul Corriere della Sera che all'appello lanciato dall'attore e neo parlamentare di centro destra Luca Barbareschi - "Lavoriamo insieme in un tavolo comune per migliorare cinematografia e spettacolo italiani" - abbiano risposto cineasti della sinistra più radicale come il regista Citto Maselli o l'attore-regista Michele Placido. Intendiamoci, Maselli ha spiegato che non solo giudica "interessantissime" le idee di Barbareschi ma che accetta il confronto perché scottato dal'essere "caduto in trappole di altri governi" e che "con quelli amici è stato persino peggio". Difficile dargli torto. E allora: vediamo se le promesse di confronto costruttivo che si erano fatte le due coalizioni politiche maggiori e che, dopo il voto, appaiono già sfumare si potranno concretizzare nell'ambito della cultura e dell'arte. Sarebbe un buon inizio.

   UNA PICCOLA BOTTA D'ORGOGLIO, per finire. Quel trapianto dell'articolazione completa della spalla, eseguito all'Istituto ospedaliero Rizzoli di Bologna dal chirurgo Sandro Giannini, è una prima mondiale assoluta. Da far invidia ai migliori centri medici del mondo. Da smentire quanto ho scritto poche righe più sopra e cioè che in Italia oltre al pallone ci resta ben poco. E sono ben felice di smentirmi da sola. Purché ora il professor Giannini, per poter continuare il suo lavoro, non si veda costretto ad emigrare.